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venerdì 12 ottobre 2018

Omosessualità: LA CULTURA DEL PREGIUDIZIO



OMOSESSUALITA’: la cultura del pregiudizio



 

Da difetti nella crescita ormonale a disturbi della personalità, dal castigo divino alla depravazione dei costumi, molte sono le teorie chiamate in causa per spiegare il comportamento omosessuale

 

Componente essenziale dell’autostima e grande veicolo di stabilità,  sicurezza e conoscenza profonda di sé, la sessualità collega ad aspetti sconosciuti e indicibili del proprio mondo interiore. L’amore, il desiderio, l’eccitazione e la fantasia ne fanno un luogo fisico e al contempo psichico nel quale celebrare l’Eros, l’energia vitale per eccellenza,  alludendo ai grandi archetipi del Piacere e della Riproduzione. 



Gusti, meccanismi di attrazione, tendenze inconsce e peculiarità nell’espressione e nella comunicazione dei desideri sessuali sono da sempre e in tutte le culture oggetto di studi e osservazioni. Eppure il sesso rimane innegabilmente un’area esistenziale controversa e dalle molteplici sfumature,  oggetto di speculazioni nelle sue manifestazioni più morbose ed estreme, ma spesso sottovalutata nella sua componente formativa e rispetto alla necessità di un’adeguata educazione fin dai primi anni di vita.



E’ naturale quindi che una delle sue manifestazioni meno diffuse, seppure molto discusse, l’omosessualità, risenti della carenza di una chiara e sicura definizione eziologica riguardante le tendenze e gli orientamenti sessuali  in genere.



La parola “omosessualità” è un neologismo  ( fu usata per la prima volta nel 1869 da un medico ungherese per indicare i rapporti sessuali tra uomini) derivante dal prefisso greco homos (“stesso”) e della parola latina sexus ( “sesso”). Il termine, che ha progressivamente sostituito le denominazioni precedenti quali sodomita, invertito, anormale ecc., è oggi usato indifferentemente insieme al termine “gay” (meno connesso con la medicina e meno ingiurioso), proposto dagli ambienti omosessuali americani negli anno Settanta.

Attualmente non esiste nessuna ipotesi scientificamente validata circa le cause dell’omosessualità, ma solo ipotesi in corso di accertamento.

Secondo la teoria del determinismo biologico, ad esempio, sarebbero i fattori  ormonali e genetici  a predisporre l’orientamento sessuale. Secondo, invece, le scienze psicologiche, l’orientamento sessuale è deciso dalle esperienze e dallo sviluppo psichico infantile. Secondo alcune frange della psichiatria, l’omosessualità è una malattia a tutti gli effetti (malgrado  la sua cancellazione come patologia psichiatrica dagli elenchi dell’American Psychiatric Association già dal 1973), mentre  alcuni studiosi di antropologia hanno formulato la cosiddetta teoria queer, un’ipotesi sull’origine di tutte le categorie che descrivono la sessualità sulla base della natura del corpo e della sua rappresentazione. La maggioranza delle tradizioni religiose spiega, infine, il comportamento sessuale in termini di “vizio”.

I rapporti omosessuali portano ufficialmente alla pena di morte in sette nazioni islamiche: Arabia Saudita, Iran, Mauritania,  Sudan, Somalia  e Yemen. In molte nazioni musulmane, come il Bahrain, il Qatar, l'Algeria e le Maldive l'omosessualità è punita con il carcere, con pene pecuniarie o pene corporali.

Ufficialmente in India l’omosessualità è un reato: l’articolo 377 del codice penale indiano, sancisce che “Chiunque, volontariamente, abbia un rapporto carnale contro l’ordine della natura con un uomo, una donna o un animale, sarà punito con la prigione a vita o per un periodo che può arrivare a dieci anni, e dovrà pagare anche una multa.”

La Chiesa cattolica afferma di non condannare la persona con tendenza omosessuale, pur considerando tale orientamento, come stabilito dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, dell'1 ottobre 1986), "intrinsecamente disordinato", e considera l'atto omosessuale abominio perché contrario alla "legge naturale", e dunque precludente al "dono della vita".

Tuttavia non è possibile riscontrare nelle parole di Gesù alcun accenno che sia esplicitamente e inequivocabilmente indirizzato a condannare le persone omosessuali in base al loro orientamento; c'è anzi chi vede nell'annuncio cristiano un messaggio di liberazione che riguarda la creatura di Dio a prescindere dalla sua identità di razza, genere e condizione. Gesù nei Vangeli non dice una parola sull’omosessualità, mentre ne dice tante sulla tolleranza, l’accettazione, il non giudicare.

Neppure nella tradizione religiosa induista  vi è traccia di condanna e biasimo nei confronti dell’omosessualità. Nei trattati sulla sessualità l’argomento è trattato con chiarezza e senza censure, nel rispetto del principio che “in tutto ciò che concerne l’amore, ognuno deve agire in accordo con i costumi del proprio paese e con le proprie inclinazioni” (Kama Sutra, cap. X).

Nell’Islam è il concetto stesso di orientamento sessuale ad essere  inammissibile; orientarsi sessualmente significa chiudersi in una visione fisica della vita, a dispetto di quella spirituale: lo spirito in sé, la vera natura umana, non è né donna né uomo, non è né bianco né nero, né ricco né povero. Tutti gli spiriti sono uguali, e il compito di ogni individuo è di elevare la propria anima a un livello superiore liberandosi degli attaccamenti terreni.

In questa diversità di prospettive e nel rispetto della libertà di espressione delle varie correnti, la posizione ufficiale del mondo scientifico, sia negli USA che negli altri Paesi occidentali, ivi inclusa l'Italia, è che l'omosessualità di per sé costituisca "una variante del comportamento sessuale umano" e che nessuna terapia può essere effettuata per cambiare un orientamento omosessuale a priori. Il compito dell’operatore della salute mentale (psicologo, psichiatra, psicoterapeuta) è pertanto quello di aiutare il paziente ad armonizzare la sua inclinazione con il resto della personalità in modo ego-sintonico, e non quello di modificarne la tendenza.



Caterina Carloni, psicologa e psicoterapeuta, specialista in medicina psicosomatica









Walt Withman, il cantore dell’omosessualità

 

Conosciuto soprattutto come autore della famosa raccolta di poesie Foglie d’erba, pubblicata in diverse edizioni a partire dal 1855, Walt Withman (1819-1892), poeta e scrittore statunitense,  fu uno dei massimi cantori della libertà, della sessualità e dell’omosessualità. Nel suo ideale visionario pose l’uomo come momento centrale della sua percezione e comprensione del mondo, e cantò l’essenza di quello che diventerà successivamente il “sogno americano”. Dalla sua opera è tratta la celeberrima ode che inizia con il verso “Oh Capitano, mio capitano”, dedicata ad Abramo Lincoln e filo conduttore del film “L’attimo fuggente” del 1989.

Per quasi un trentennio dovette prendere tutti gli accorgimenti possibili per nascondere o mitigare il fatto che fosse omosessuale.

Leggere la poesia di Whitman significa anche riflettere sul prezzo umano e psicologico dell'autocensura (dell'autore, del critico e del traduttore) e sul valore irrinunciabile della libertà di espressione.



Io non ardisco sottrarre nessuna parte di me

Non l’equilibrare ranghi, carnagioni, fedi e sessi

Non il giustificare la scienza né la marcia dell’uguaglianza

Io sono per coloro che non furono mai dominati

Per coloro che leggi, teorie, convenzioni, non potranno mai dominare



Walt Withman, 1867,  “Presso la riva dell’Ontario Azzurro”






Risultati immagini per KINDRED SPIRITS

                                


Kindred Spirits by Asher B. Durand
This 1849 painting depicts William Cullen Bryant and Thomas Cole in Kaaterskill Clove. 




giovedì 11 ottobre 2018

Curarsi ridendo: 5 studi a confronto


CURARSI RIDENDO: 5 STUDI A CONFRONTO


Ridere stimola la produzione di endorfine e serotonina, aumenta l’attività dei linfociti killer che distruggono le cellule cancerose, migliora la circolazione, l’ossigenazione del sangue e l’irrorazione degli organi interni, neutralizza ansia e stress, alza il livello di autostima e aumenta la memoria. Lo dimostrano cinque ricerche condotte presso università americane.


1)    Uno studio pubblicato sul Journal of Epidemiology and Community Health ha dimostrato per la prima volta la connessione esistente fra umore buono e durata della vita. Le persone con livelli maggiori di buon umore hanno anche maggiori possibilità di vivere più a lungo degli altri.
2)   Un gruppo di ricerca dell’University of Wisconsin ha dimostrato che uno stato psicologico negativo è associato a una peggiore risposta al vaccino antinfluenzale. Le persone di buon umore hanno nel sangue una maggiore quantità di anticorpi rispetto alle altre.
3)   Alcuni anni fa i ricercatori del Center of Neuro Immunology di Loma Linda, in California, scoprirono che la somministrazione di un film comico, che induce il buon umore, contribuisce a incrementare sensibilmente i livelli di immunoglobine, dei leucociti e delle citochine, sostanze che il corpo utilizza per resistere alle infezioni e proteggerci dagli agenti tumorali.
4)  Un recentissimo studio presentato presso il College of Rheumatology di Boston ha evidenziato come uno stress cronico derivato da anni di insoddisfazioni, preoccupazioni, malumori continui, sia responsabile di un indebolimento della capacità di risposta alle infiammazioni, che possono così degenerare in forme artritiche.
5)  Una ricerca pilota presentata presso l’American College of Cardiology ha ricevuto successivamente numerose conferme da ricercatori di tutto il mondo: il buon umore protegge il cuore. Come? Migliorando la circolazione sanguigna e abbassandone la pressione, prevenendo l’aterosclerosi e riducendo il rischio di contrarre patologie cardiovascolari, in primis infarto e ictus.

                                                             Caterina Carloni 







LA TERAPIA DELLA FELICITA'


La terapia della felicità
Una ricerca sondaggio sulla tecnica meditativa con il MahaMantra



La parola Mantra è un sostantivo maschile sanscrito che significa "veicolo o strumento del pensiero".  Può corrispondere ad un verso dei Veda, ad una formula sacra indirizzata ad un essere celeste, ad una preghiera, ad un canto sacro o a una pratica meditativa.
Un'etimologia tradizionale fa invece derivare il termine mantra dal verbo “man”, (pensare),  collegato al sanscrito “tra” (che protegge),  con il significato di "pensiero che offre protezione".
Essendo tradizionalmente considerati come non composti da esseri umani,  bensì trasmessi ai saggi cantori in epoche storicamente lontane, i versi dei Veda furono considerati dalle tradizioni induiste come mantra "increati" ed "eterni" che mostravano la vera natura del cosmo.
I testi risalenti alla fine del secondo millennio a.C. e inerenti al  Samaveda affermano che l'importanza di questi mantra non risiedeva solo nel loro significato quanto anche nella loro sonorità.
Un mantra può essere recitato ad alta voce, sussurrato o anche solo enunciato mentalmente, nel silenzio della meditazione, ma sempre con la corretta intonazione.
L'atto di enunciare un mantra è detto uccara; la sua ripetizione rituale va sotto il nome di japa, e di solito avviene su di un mala, cioè un rosario in legno di sandalo formato da 108 grani.
OM è il bija mantra (formato da un solo monosillabo) più noto. Considerato il suono primordiale, forma fonica dell'Assoluto, è utilizzato sia come invocazione iniziale in moltissimi mantra, sia come mantra in sé. Le lettere che compongono il bija sono A, U ed M: nella recitazione A ed U si fondono in O, mentre la M terminale viene nasalizzata e prolungata fonicamente e visivamente. La recitazione dell'OM è molto comune, ed è considerata di grande valore e potenza.

Il Mahamantra (letteralmente “il grande mantra”), è composto da sedici parole:
hare krishna hare krishna krishna krishna hare hare hare rama hare rama rama rama hare hare.
Il Mahamantra, secondo la Tradizione Bhaktivedantica, se praticato regolarmente, possiede la proprietà di “ripulire” la mente dai pensieri “tossici” e di illuminare le zone buie del nostro inconscio.
Può essere recitato sul mala (japa), cantato individualmente (kirtana) oppure cantato collettivamente (sankirtana).

Il Mahamantra, come tutti i mantra, non è strutturato come un discorso speculativo, con un inizio, uno svolgimento ed una conclusione; esso non spiega, poiché dà già per scontata la conoscenza dei contenuti cui si riferisce. E’ efficace di per sé, ma ancora più nella misura in cui chi lo invoca è profondamente consapevole di ciò che sta pronunciando e della motivazione per cui lo fa.
Ogni sillaba è densa di energia spirituale, e può trasformare l’energia psichica da disecologica ad ecologica.

Le caratteristiche, la storia, le origini e le modalità pratiche di recitazione del Mahamantra sono riportate nel libro “La Terapia della Felicità - un sondaggio sui benefici della meditazione – La pratica del MAHAMANTRA”, edizioni KDP Amazon, che contiene i dettagli di una ricerca condotta nel mese di ottobre 2016,  promossa dal Centro Studi Bhaktivedanta e curata dalla Dr.sa Caterina Carloni, psicologa e psicoterapeuta ad orientamento psicosomatico.
Lo studio, presentato il 22 novembre 2017 presso la sala conferenze dell’Ordine degli psicologi del Lazio e finalizzato a verificare il livello di soddisfazione di coloro che praticano la meditazione con il Mahamantra, ha raccolto le testimonianze di 509  persone maggiorenni e residenti in Italia.
La raccolta delle risposte al questionario è avvenuta interamente online, tramite il social network facebook e altri canali informativi tra cui newsletter, email e pubblicazioni varie.


Il questionario è stato suddiviso in 5 sezioni:
·         Presentazione;
·         dati personali (età, sesso, regione di residenza, occupazione ecc.);
·         meditazione con i mantra (conoscenze teoriche);
·         la pratica del Mahamantra (motivazioni, approccio e modalità di svolgimento degli esercizi);
·         i benefici del Mahamantra (livello di soddisfazione e benefici percepiti dai praticanti).


Ecco una sintesi dei risultati:
La pratica meditativa del Mahamantra è attualmente diffusa in modo trasversale tra individui di sesso sia maschile che femminile, di età prevalentemente compresa tra i 35 e i 55 anni, residenti in tutta Italia e con livelli di istruzione medio-alti.
Il settore d’impiego è diversificato, con una lieve predominanza di occupati nell’ambito del benessere e delle discipline olistiche.
Solo una lieve percentuale (15%) ha dichiarato di non conoscere il significato della parola “mantra”, mentre la maggioranza ha definito con proprietà di linguaggio e in modo particolareggiato sia l’etimo che le varianti terminologiche.
Oltre al Mahamantra, i partecipanti al sondaggio dichiarano di conoscere anche altri tipi di mantra, sia vaishnava che di origine buddhista, tibetana e shivaita.

La maggioranza assoluta dei partecipanti (52%) dichiara di essere venuto a conoscenza di questa pratica meditativa attraverso altri praticanti.
Il desiderio di crescita personale rappresenta la motivazione elettiva (ben il 62%), e questa stessa motivazione  sembra essere anche positivamente correlata con il livello di soddisfazione derivante dalla pratica stessa.
Il 40% dei partecipanti medita sul Mahamantra da almeno due anni e il 35% da almeno dieci anni.
Il tempo dedicato alla pratica è variabile: per il 36% va da un’ora a due ore giornaliere, mentre altri (39%) praticano solo mezz’ora o meno al giorno.
I praticanti di “lungo corso” (dai 5 anni in su) dedicano proporzionalmente più tempo alla meditazione rispetto a chi la pratica da poco tempo (dai sei mesi a un anno).

Il momento della giornata scelto per la pratica meditativa, per il 71% dei partecipanti, è l’alba oppure la mattina. Il luogo prescelto è la propria casa (72%) e la meditazione si svolge prevalentemente in solitudine (73%).
La metà degli intervistati dichiara di aver sospeso la pratica (49%) per almeno due mesi; tale percentuale si abbassa leggermente man mano che aumenta la costanza e la regolarità  nella dedizione alla pratica.
Il motivo di queste “pause” dipende soprattutto da difficoltà pratiche e di tempo (48%) oppure da conflittualità di varia natura (27%).

Gli effetti benefici della pratica meditativa vengono unanimemente riconosciuti (95%).
La modesta percentuale in controtendenza dedica meno di mezz’ora al giorno alla meditazione e tende a meditare in modo poco costante. Inoltre, la motivazione alla pratica è più orientata al desiderio di superare un momento difficile e alla curiosità rispetto agli intervistati che hanno risposto SI’, la cui motivazione prevalente è il desiderio di crescita personale.
I benefici percepiti come effetto della pratica meditativa sul Mahamantra sembrano riguardare soprattutto la sfera emotiva (69%) e relazionale (48%).
Gli intervistati hanno dichiarato inoltre di riscontrare un senso di benessere generale a livello fisico (82%), maggiore calma ed equilibrio (75%), lucidità e concentrazione (59%), più immaginazione ed intuito (50%), oltre ad un miglioramento generale dei rapporti sociali ed interpersonali (80%).
Molti intervistati hanno avuto piacere di raccontare la loro personale esperienza nel percorso di crescita realizzato grazie alla pratica meditativa e ne è risultato un bellissimo, spontaneo e sentito affresco delle più profonde ed inesprimibili emozioni scaturenti da dimensioni coscienziali percepite come  elevate ed espansive.
In conclusione:

1.   La molla che spinge la maggior parte delle persone ad avvicinarsi alle pratiche spirituali come quella oggetto della nostra ricerca è il genuino desiderio di crescita personale. Ciò è avvalorato dai livelli medio-alti di istruzione e dalle buone capacità elaborative e intellettuali mostrate dai partecipanti al sondaggio nelle domande aperte.
2.  I benefici dichiarati dagli intervistati, derivati dalla pratica meditativa con il Mahamantra,  si collocano su percentuali altissime (95%) e mostrano un andamento crescente, proporzionale alla continuità, alla durata nel tempo e alle ore dedicate giornalmente a recitare il Mahamantra. Tali benefici riguardano soprattutto la sfera emotiva (69%) e quella relazionale (48%).
3.     Le caratteristiche delle persone che si dedicano alla recitazione del Mahamantra non consentono di trarre un profilo specifico ma sembrano riferite a tratti, abitudini, interessi ed attività estremamente varie e estese.
4.    La ricerca evidenzia che la continuità e la regolarità della pratica sono direttamente proporzionali ai benefici percepiti dai praticanti e che la motivazione alla crescita personale è altresì correlata al livello di soddisfazione derivante dalla pratica stessa.
5.   La recitazione con il Mahamantra assicura un netto miglioramento della vitalità psicofisica, una maggiore resistenza emotiva e una più spiccata capacità d’interagire positivamente con gli altri.
6.   La ricerca conferma, in sintesi, quanto già evidenziato in studi analoghi circa la validità delle tecniche di meditazione. In particolare, la meditazione con il Mahamantra, se praticata regolarmente, assicura un migliore autocontrollo, calma, equilibrio, lucidità e concentrazione.


Recitare il Mahamantra è oltretutto facile e non richiede nessuna particolare competenza. I benefici sono molti, verificabili e senza controindicazioni.

La storia della psicologia insegna che, a partire dai suoi albori, con la nascita nel 1879 del primo laboratorio sperimentale di Wilhelm Wundt a Lipsia, fino ad oggi, passando per autori del calibro di  Freud, Watson, Lewin, Jung, Rogers, Hillman, con i quali sono nate e si sono sviluppate le cosiddette “forze” del cambiamento (comportamentismo, psicanalisi, psicologia umanistica e transpersonalismo)  abbiamo assistito ad una progressiva crescita di interesse scientifico verso quelle aree della realtà psichica che si estendono oltre l’identificazione con la personalità individuale.
La salute psicofisica degli individui è di fatto il risultato di un armonico scambio tra  diverse istanze dalle quali nessuna componente può essere esclusa: fisica, psichica, sociale, relazionale e spirituale.
Quest’ultima area di studio sembra determinare, più di ogni altra, la qualità e il livello dello stato di benessere individuale, rinforzando e proteggendo il percorso di evoluzione del singolo e della collettività.


“Anche se qualcuno distribuisse dieci milioni in carità durante un’eclissi di sole, o vivesse per milioni di anni alla confluenza del Gange e della Yamuna, oppure offrisse una montagna d’oro in sacrificio ai sacerdoti, non guadagnerebbe neanche una centesima parte dei meriti derivanti dal canto del mantra Hare krishna” (Sanatana Goswami).



Caterina Carloni












lunedì 2 aprile 2018

Bhagavad-gita così com'è


La Bhagavad-gita così com’è


Tra i numerosi testi sacri della Tradizione Bhaktivedantica, ve n‘è uno che narra di un dialogo meraviglioso tra il guerriero Arjuna e l’infinitamente affascinante, Shri Krishna, mentre attendono che una guerra fratricida abbia inizio nel luogo santo di Kuruksetra. Questo testo, vero gioiello dello Yoga, è la Bhagavad-gita (il canto del Divino Signore), dalla quale molti artisti, politici e letterati di ogni tempo e cultura hanno tratto ispirazione.
“Si tratta dell’opera  più istruttiva e sublime che esita al mondo”, ha detto Arthur Schopenhauer. “Con la Bhagavad-gita possiamo avere una chiara idea di quella che è la più praticata, ma anche la più alta di tutte le religioni dell’India”, ha scritto Hegel. Il Mahatma Gandhi ribadì molte volte che “la mia vita non fu che una serie di tragedie esteriori, e se queste non hanno lasciato su di me nessuna traccia visibile, indelebile, è dovuto all’insegnamento della Bhagavad-gita.”
Tra le numerose versioni di quest’opera, quella accreditata come più completa e ricca di dettagli è la Bhagavad-gita così com’è, scritta e tradotta da Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada (1896-1977), Aarya fondatore dell’ISKON (Associazione Internazionale per la Coscienza di Krishna) al quale si deve il merito di aver cercato di presentare la Bhagavad-gita così com’è, senza alcuna modificazione, con testo sanscrito originale, translitterazione in caratteri romani, traduzione letterale, traduzione letteraria e commento finale.
Il testo, che comprende circa 700 versi suddivisi in 18 capitoli, è una parte del sesto libro del grande poema epico Mahabharata.
L’unicità di questo testo consiste nel fatto che Shri Krishna, la Persona Suprema, parla qui in prima persona, offrendo agli ascoltatori la sua darshana, la sua dottrina completa.