Il potere magico dell’ Amore
Trasformazione e ampliamento di coscienza secondo gli Insegnamenti dei
grandi Maestri d’Oriente e d’Occidente.
Un dato incontrovertibile che emerge dalle ricerche scientifiche condotte
in tutto il mondo sull’efficacia e sull’utilità della psicoterapia è
costituito dall’importanza imprescindibile della qualità del rapporto
paziente-terapeuta nel produrre modificazioni di personalità
L'American Psychological Association, in occasione del centenario della sua fondazione, ha pubblicato un articolo di Lambert e Bergin in cui vengono riassunte le principali conquiste della ricerca in psicoterapia. Ne è emersa la necessità di prestare attenzione non solo all’aspetto metodologico del processo terapeutico, poco determinante in termini assoluti, ma anche e soprattutto alla varietà dei fattori connessi al rapporto emotivo tra l’operatore e il paziente [la fiducia, l’empatia, il calore umano, l’accettazione]. Questi dati aprono un nuovo orizzonte di studio e di riflessione sul valore dei sentimenti e degli affetti nel promuovere la trasformazione delle coscienze, oltre a spiegare l’effetto positivo di tante terapie non convenzionali e di tante figure paraprofessionali nel trattamento e nella prevenzione della sofferenza psichica. Il concetto di salute mentale sembra acquistare un significato molto più profondo e completo alla luce dell’evidente funzione di sblocco e di crescita svolto dal riconoscimento e dall’espressione dei propri sentimenti d’affetto, di dedizione e di abbandono. Ben lontano dal sentimentalismo e dalla passione fisica, questa grande fonte di cambiamento e di elevazione della coscienza si trova all’interno di ognuno di noi e rappresenta un potere speciale di integrazione e sviluppo della personalità. Non è un caso se una gran mole di ricerche, condotte da autori appartenenti a varie scuole di pensiero, ha dimostrato la funzione di primo piano svolta dall’empatia, cioè la capacità di mettersi nei panni dell’altro, nel favorire, seppure con implicazioni complesse, l’efficacia di un’azione terapeutica. Molti studi sono stati compiuti anche sul fenomeno del transfert, inteso dapprima come uno spostamento di affetti da una rappresentazione all’altra, in seguito come uno specifico fenomeno clinico e come indispensabile strumento terapeutico per scoprire le resistenze ed eliminarle. Ma il transfert, concepito come processo mediante il quale una persona, sulla base di un antico cliché, riattiva pensieri e condotte originariamente rivolte a persone della propria passata esperienza, è comune a diverse situazioni interpersonali e caratterizza il modo di condurre la vita amorosa e relazionale. Risanare tali comportamenti equivale a sviluppare un alto senso di benessere e di comprensione del vero scopo della vita. Un grande santo e mistico come San Paolo, nel suo indimenticabile Inno alla carità della prima lettera ai Corinzi, proclama che «Anche se parlassi le lingue degli angeli, ma non avessi l’amore, sarei come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna, e anche se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e anche se possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non sarei nulla». I testi classici dell’antica psicologia indovedica sono ancora più espliciti. Lo Srimad Bhagavatam, opera monumentale della tradizione bhaktivedantica, afferma la superiorità assoluta del metodo della Bhakti [letteralmente “via dell’Amore”] nel processo di integrazione e realizzazione del sé. È per questo che il vero trattamento psicologico, secondo questa scuola, non può prescindere da un percorso di purificazione della coscienza che inizia dallo sviluppo di un sentimento positivo rivolto dapprima alla Divinità e al Maestro, e poi, per naturale estensione, a tutte le creature. Scrive il Prof. Marco Ferrini, Presidente e fondatore del Centro Studi Bhaktivedanta [www.c-s-b.org]: «L’educazione ad amare è fondamentale nella vita di ognuno.Questo sentimento va realizzato direttamente perché non lo si può insegnare o apprendere per via teorica;lo si può conoscere solo sperimentandolo, vivendolo. L’amore è forza viva,gioia radiante e luminosa che solleva,porta oltre,fuori dalla schiavitù degli automatismi mentali,lontano dal fallimento. È quel sentimento speciale che permette di superare ogni altra emozione e sentimento negativo:invidia,paura,collera,risentimento. I Veda insegnano che,se non puntiamo su amore universale e divino,non potrà esserci successo e soddisfazione neanche nelle relazioni umane. per una coscienza evoluta risulta inaccettabile, contraddittorio e riduttivo amare qualcuno e altri no,amare i nostri figli e disinteressarsi dei figli altrui,amare i nostri genitori e non curare i genitori degli altri. Amare vuol dire amare senza limiti. «Ama il prossimo tuo come te stesso»è un insegnamento grande, che non va mutilato limitandolo alla forma umana: significa infatti amare tutte le creature». [LA LEADERSHIP DEL BENESSERE - EDIZIONI CSB]. Molti straordinari esempi di “terapie dell’Amore” ci vengono, d’altro canto, dalla letteratura classica di tutto il mondo. La raccolta di fiabe che costituisce il libro delle Mille e una notte racconta, ad esempio, di un percorso di trasformazione di coscienza attuato per mezzo dell’ascolto di narrazioni fantastiche e avvincenti che purificano e guariscono le vecchie ferite psicologiche di un re tradito. Dopo tre anni e mezzo di “terapia dell’ascolto”, la narratrice [Sharazad] e il suo curioso uditore [il re Shariyar] si sposano, cessano le esecuzioni capitali e si celebra una grande festa in tutto il regno. Il mito di Amore e Psiche illustra il processo di realizzazione di una vera unione d’amore, fatta di conoscenza, consapevolezza e coraggio. Psiche verrà accolta nell’Olimpo come sposa di Eros solo dopo essere scesa nell’Ade e aver realizzato la natura divina del suo amato. Il libro di Tobia della tradizione ebraica è un altro esempio di come il ricongiungimento di una parte profonda di sé con il Sé universale produca evoluzione e conquista della felicità. Qui, il superamento delle prove dei protagonisti, Tobia e Sara, si realizza grazie all’intervento di un’entità celeste, l’angelo Raffaele, che guarisce dalla cecità il padre di Tobia [la mancanza di visione spirituale], libera Sara dal demonio Asmodeo [gli ostacoli interiori] e procura beni e risorse [i talenti umani] alla coppia. L’Amore, come la magia, è trasformazione di coscienza. |
Il blog newsletterpsy tratta temi di psicologia e attualità proponendo studi, ricerche e riflessioni sugli stati di coscienza e sull'influenza dei suoni sul campo mentale, emotivo, relazionale e affettivo. Curatrice del blog: Caterina Carloni, psicologa e psicoterapeuta. Siti di riferimento: www.caterinacarloni.it; www.magicamente.cloud.
domenica 14 ottobre 2018
Il potere magico dell'Amore
venerdì 12 ottobre 2018
ANTIDEPRESSIVI: killer o
placebo?
Il Dipartimento di Psicologia dell’Università di
Hull, in Gran Bretagna, ha reso noti in questi giorni i risultati di una
sperimentazione sui più popolari farmaci antidepressivi.
“La differenza tra il miglioramento dei pazienti
che prendono placebo e quelli che assumono antidepressivi non è significativa”
– spiega I. Kirsch, direttore del dipartimento – “Quindi le persone che
soffrono di depressione possono migliorare senza trattamenti chimici”.
Pronta la replica del neurologo Rosario Sorrentino,
direttore dell’Ircap (Istituto di ricerca e cura attacchi di panico) della
Clinica Pio XI di Roma: “Mi sembra l’ennesima offensiva di una parte della
psicologia che sta perdendo colpi e che cerca di risalire la china a suon di
scoop. I medicinali sono fondamentali per la cura di patologie come la
depressione”.
A onor del vero, i dubbi sull’efficacia dei farmaci
antidepressivi provengono da studi diversificati e interdisciplinari.
Questa, ad esempio, è la storia del Prozac.
Prodotto dalla casa
farmaceutica di George Bush, la Eli
Lilly, il Prozac è il terzo farmaco più venduto al mondo. Usato per curare la
depressione, i disturbi ossessivo-compulsivi, la bulimia nervosa e gli attacchi
di panico, contiene un principio attivo, la Fluoxetina, che può provocare
svariati effetti collaterali ancora non adeguatamente indagati.
Nel 1987, due mesi prima che la
FDA (Food and Drug Administration) ne approvasse la vendita, 27 persone erano
morte durante test clinici controllati. Quindici di esse si erano suicidate,
sei erano morte di overdose, quattro erano state uccise con un colpo di arma da
fuoco e due erano annegate. Tutte avevano avuto a che fare con il Prozac. Nel
1991 il dirigente della FDA, Paul Leber, disse di “aver esaminato un gran numero
di relazioni sfavorevoli all’assunzione del Prozac” (più di 15.000), ma esse
vennero liquidate come documenti dal “valore limitato”. Nel 1992 quel numero
era salito a 28.600, con altre 1700 morti.
Thomas Hamilton, l’omicida dei
bambini di Dunblane, in Scozia, assumeva Prozac, e Eric Harris, uno degli
adolescenti della sparatoria della Columbine High School, assumeva il farmaco
Luvox, che appartiene alla stessa categoria del Prozac.
Legittimo sospettare che qualcosa
in questo farmaco non funzioni a dovere: killer o placebo che sia, ben vengano le ricerche volte a chiarirne gli
effetti e la reale utilità.
Omosessualità: LA CULTURA DEL PREGIUDIZIO
OMOSESSUALITA’: la cultura del pregiudizio
Da difetti nella crescita
ormonale a disturbi della personalità, dal castigo divino alla depravazione dei
costumi, molte sono le teorie chiamate in causa per spiegare il comportamento omosessuale
Componente essenziale dell’autostima e grande
veicolo di stabilità, sicurezza e
conoscenza profonda di sé, la sessualità collega ad aspetti sconosciuti e
indicibili del proprio mondo interiore. L’amore, il desiderio, l’eccitazione e
la fantasia ne fanno un luogo fisico e al contempo psichico nel quale celebrare
l’Eros, l’energia vitale per eccellenza, alludendo ai grandi archetipi del Piacere e
della Riproduzione.
Gusti, meccanismi di attrazione, tendenze inconsce
e peculiarità nell’espressione e nella comunicazione dei desideri sessuali sono
da sempre e in tutte le culture oggetto di studi e osservazioni. Eppure il
sesso rimane innegabilmente un’area esistenziale controversa e dalle molteplici
sfumature, oggetto di speculazioni nelle
sue manifestazioni più morbose ed estreme, ma spesso sottovalutata nella sua componente
formativa e rispetto alla necessità di un’adeguata educazione fin dai primi
anni di vita.
E’ naturale quindi che una delle sue manifestazioni
meno diffuse, seppure molto discusse, l’omosessualità,
risenti della carenza di una chiara e sicura definizione eziologica riguardante
le tendenze e gli orientamenti sessuali
in genere.
La parola “omosessualità” è un neologismo ( fu usata per la prima volta nel 1869 da un
medico ungherese per indicare i rapporti sessuali tra uomini) derivante dal
prefisso greco homos (“stesso”) e
della parola latina sexus ( “sesso”).
Il termine, che ha progressivamente sostituito le denominazioni precedenti
quali sodomita, invertito, anormale ecc., è oggi usato indifferentemente
insieme al termine “gay” (meno connesso con la medicina e meno ingiurioso),
proposto dagli ambienti omosessuali americani negli anno Settanta.
Attualmente
non esiste nessuna ipotesi scientificamente validata circa le cause dell’omosessualità,
ma solo ipotesi in corso di accertamento.
Secondo
la teoria del determinismo biologico, ad esempio, sarebbero i fattori ormonali e genetici a predisporre l’orientamento sessuale. Secondo,
invece, le scienze psicologiche, l’orientamento sessuale è deciso dalle
esperienze e dallo sviluppo psichico infantile. Secondo alcune frange della
psichiatria, l’omosessualità è una malattia a tutti gli effetti (malgrado la sua cancellazione come patologia
psichiatrica dagli elenchi dell’American Psychiatric Association già dal 1973),
mentre alcuni studiosi di antropologia
hanno formulato la cosiddetta teoria
queer, un’ipotesi sull’origine di tutte le categorie che descrivono la
sessualità sulla base della natura del corpo e della sua rappresentazione. La
maggioranza delle tradizioni religiose spiega, infine, il comportamento
sessuale in termini di “vizio”.
I rapporti omosessuali portano ufficialmente alla pena
di morte in sette nazioni islamiche: Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Sudan, Somalia
e Yemen. In molte nazioni musulmane, come il Bahrain, il Qatar,
l'Algeria e le Maldive l'omosessualità è punita con il carcere, con pene
pecuniarie o pene corporali.
Ufficialmente in India l’omosessualità è un reato:
l’articolo 377 del codice penale indiano, sancisce che “Chiunque, volontariamente, abbia un rapporto carnale contro l’ordine
della natura con un uomo, una donna o un animale, sarà punito con la prigione a
vita o per un periodo che può arrivare a dieci anni, e dovrà pagare anche una
multa.”
La Chiesa cattolica afferma di non condannare la
persona con tendenza omosessuale, pur considerando tale orientamento, come
stabilito dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (Lettera ai vescovi
della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali,
dell'1 ottobre 1986), "intrinsecamente
disordinato", e considera l'atto omosessuale abominio perché contrario
alla "legge naturale", e dunque precludente al "dono della
vita".
Tuttavia
non è possibile riscontrare nelle parole di Gesù alcun accenno che sia
esplicitamente e inequivocabilmente indirizzato a condannare le persone
omosessuali in base al loro orientamento; c'è anzi chi vede nell'annuncio
cristiano un messaggio di liberazione che riguarda la creatura di Dio a
prescindere dalla sua identità di razza, genere e condizione. Gesù nei Vangeli non dice una parola
sull’omosessualità, mentre ne dice tante sulla tolleranza, l’accettazione, il
non giudicare.
Neppure nella tradizione religiosa induista vi è traccia di condanna e biasimo nei
confronti dell’omosessualità. Nei trattati sulla sessualità l’argomento è
trattato con chiarezza e senza censure, nel rispetto del principio che “in tutto ciò che concerne l’amore, ognuno
deve agire in accordo con i costumi del proprio paese e con le proprie
inclinazioni” (Kama Sutra, cap. X).
Nell’Islam
è il concetto stesso di orientamento
sessuale ad essere inammissibile; orientarsi
sessualmente significa chiudersi in una visione fisica della vita, a dispetto
di quella spirituale: lo spirito in sé, la vera natura umana, non è né donna né
uomo, non è né bianco né nero, né ricco né povero. Tutti gli spiriti sono
uguali, e il compito di ogni individuo è di elevare la propria anima a un
livello superiore liberandosi degli attaccamenti terreni.
In
questa diversità di prospettive e nel rispetto della libertà di espressione
delle varie correnti, la posizione ufficiale del mondo scientifico, sia negli USA
che negli altri Paesi occidentali, ivi inclusa l'Italia, è che l'omosessualità
di per sé costituisca "una variante del comportamento sessuale umano"
e che nessuna terapia può essere effettuata per cambiare un orientamento
omosessuale a priori. Il compito dell’operatore della salute mentale
(psicologo, psichiatra, psicoterapeuta) è pertanto quello di aiutare il paziente
ad armonizzare la sua inclinazione con il resto della personalità in modo
ego-sintonico, e non quello di modificarne la tendenza.
Caterina Carloni, psicologa e
psicoterapeuta, specialista in medicina psicosomatica
Walt Withman, il cantore dell’omosessualità
Conosciuto soprattutto come autore della famosa
raccolta di poesie Foglie d’erba, pubblicata
in diverse edizioni a partire dal 1855, Walt Withman (1819-1892), poeta e scrittore
statunitense, fu uno dei massimi cantori
della libertà, della sessualità e dell’omosessualità. Nel suo ideale visionario
pose l’uomo come momento centrale della sua percezione e comprensione del mondo,
e cantò l’essenza di quello che diventerà successivamente il “sogno americano”.
Dalla sua opera è tratta la celeberrima ode che inizia con il verso “Oh Capitano, mio capitano”, dedicata ad
Abramo Lincoln e filo conduttore del film “L’attimo
fuggente” del 1989.
Per quasi un trentennio dovette
prendere tutti gli accorgimenti possibili per nascondere o mitigare il fatto
che fosse omosessuale.
Leggere la
poesia di Whitman significa anche riflettere sul prezzo umano e psicologico dell'autocensura
(dell'autore, del critico e del traduttore) e sul valore irrinunciabile della
libertà di espressione.
Io non ardisco sottrarre
nessuna parte di me
Non l’equilibrare ranghi,
carnagioni, fedi e sessi
Non il giustificare la
scienza né la marcia dell’uguaglianza
Io sono per coloro che non
furono mai dominati
Per coloro che leggi,
teorie, convenzioni, non potranno mai dominare
Walt Withman, 1867, “Presso la riva dell’Ontario Azzurro”
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Kindred Spirits by Asher B. Durand
This 1849 painting depicts William Cullen Bryant and Thomas Cole in
Kaaterskill Clove.
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giovedì 11 ottobre 2018
Curarsi ridendo: 5 studi a confronto
CURARSI RIDENDO: 5 STUDI
A CONFRONTO
Ridere stimola la
produzione di endorfine e serotonina, aumenta l’attività dei linfociti killer
che distruggono le cellule cancerose, migliora la circolazione, l’ossigenazione
del sangue e l’irrorazione degli organi interni, neutralizza ansia e stress,
alza il livello di autostima e aumenta la memoria. Lo dimostrano cinque
ricerche condotte presso università americane.
1)
Uno
studio pubblicato sul Journal of Epidemiology and Community Health ha
dimostrato per la prima volta la connessione esistente fra umore buono e durata
della vita. Le persone con livelli maggiori di buon umore hanno anche
maggiori possibilità di vivere più a lungo degli altri.
2)
Un
gruppo di ricerca dell’University of Wisconsin ha dimostrato che uno stato
psicologico negativo è associato a una peggiore risposta al vaccino
antinfluenzale. Le persone di buon umore hanno nel sangue una maggiore
quantità di anticorpi rispetto alle altre.
3)
Alcuni
anni fa i ricercatori del Center of Neuro Immunology di Loma Linda, in
California, scoprirono che la somministrazione di un film comico, che induce il
buon umore, contribuisce a incrementare sensibilmente i livelli di
immunoglobine, dei leucociti e delle citochine, sostanze che il corpo utilizza
per resistere alle infezioni e proteggerci dagli agenti tumorali.
4) Un recentissimo studio presentato presso il
College of Rheumatology di Boston ha evidenziato come uno stress cronico
derivato da anni di insoddisfazioni, preoccupazioni, malumori continui, sia
responsabile di un indebolimento della capacità di risposta alle infiammazioni,
che possono così degenerare in forme artritiche.
5) Una ricerca pilota presentata presso l’American
College of Cardiology ha ricevuto successivamente numerose conferme da
ricercatori di tutto il mondo: il buon umore protegge il cuore. Come?
Migliorando la circolazione sanguigna e abbassandone la pressione, prevenendo
l’aterosclerosi e riducendo il rischio di contrarre patologie cardiovascolari,
in primis infarto e ictus.
Caterina Carloni
Caterina Carloni
LA TERAPIA DELLA FELICITA'
La terapia
della felicità
Una ricerca
sondaggio sulla tecnica meditativa con il MahaMantra
La parola Mantra è un sostantivo maschile sanscrito
che significa "veicolo o strumento del pensiero". Può corrispondere ad un verso dei Veda, ad
una formula sacra indirizzata ad un
essere celeste, ad una preghiera, ad un canto sacro o a una pratica
meditativa.
Un'etimologia tradizionale fa invece
derivare il termine mantra dal verbo “man”, (pensare), collegato al sanscrito “tra” (che protegge), con il significato di "pensiero che
offre protezione".
Essendo tradizionalmente considerati come
non composti da esseri umani, bensì
trasmessi ai saggi cantori in epoche storicamente lontane, i versi dei Veda furono considerati dalle tradizioni
induiste come mantra
"increati" ed "eterni" che mostravano la vera natura del
cosmo.
I testi risalenti alla fine del secondo
millennio a.C. e inerenti al Samaveda affermano che l'importanza di
questi mantra non risiedeva solo nel loro significato
quanto anche nella loro sonorità.
Un mantra può essere recitato ad alta voce,
sussurrato o anche solo enunciato mentalmente, nel silenzio della meditazione,
ma sempre con la corretta intonazione.
L'atto di enunciare un mantra è detto uccara;
la sua ripetizione rituale va sotto il nome di japa, e di solito avviene
su di un mala, cioè un rosario in
legno di sandalo formato da 108 grani.
OM è il bija
mantra (formato da un solo monosillabo) più noto. Considerato il suono
primordiale, forma fonica dell'Assoluto, è utilizzato sia come invocazione
iniziale in moltissimi mantra, sia come mantra in sé. Le lettere che compongono
il bija sono A, U ed M:
nella recitazione A ed U si fondono in O, mentre la M
terminale viene nasalizzata e prolungata fonicamente e visivamente. La
recitazione dell'OM è molto comune, ed è considerata di
grande valore e potenza.
Il Mahamantra
(letteralmente “il grande mantra”), è composto da sedici parole:
hare krishna hare krishna krishna
krishna hare hare hare rama hare rama rama rama hare hare.
Il Mahamantra,
secondo la Tradizione Bhaktivedantica, se praticato regolarmente, possiede la
proprietà di “ripulire” la mente dai pensieri “tossici” e di illuminare le zone
buie del nostro inconscio.
Può
essere recitato sul mala (japa), cantato
individualmente (kirtana) oppure
cantato collettivamente (sankirtana).
Il
Mahamantra, come tutti i mantra, non è strutturato come un discorso
speculativo, con un inizio, uno svolgimento ed una conclusione; esso non
spiega, poiché dà già per scontata la conoscenza dei contenuti cui si
riferisce. E’ efficace di per sé, ma ancora più nella misura in cui chi lo
invoca è profondamente consapevole di ciò che sta pronunciando e della
motivazione per cui lo fa.
Ogni
sillaba è densa di energia spirituale, e può trasformare l’energia psichica da
disecologica ad ecologica.
Le
caratteristiche, la storia, le origini e le modalità pratiche di recitazione
del Mahamantra sono riportate nel libro “La Terapia della Felicità - un sondaggio sui benefici
della meditazione – La pratica del MAHAMANTRA”, edizioni KDP Amazon, che contiene i dettagli di una ricerca condotta nel mese
di ottobre 2016, promossa dal Centro
Studi Bhaktivedanta e curata dalla Dr.sa Caterina Carloni, psicologa e
psicoterapeuta ad orientamento psicosomatico.
Lo
studio, presentato il 22 novembre 2017 presso la sala conferenze dell’Ordine degli
psicologi del Lazio e finalizzato a verificare il livello di soddisfazione di
coloro che praticano la meditazione con il Mahamantra, ha raccolto le
testimonianze di 509 persone maggiorenni
e residenti in Italia.
La raccolta delle risposte al questionario
è avvenuta interamente online, tramite il social network facebook e altri
canali informativi tra cui newsletter, email e pubblicazioni varie.
Il
questionario è stato suddiviso in 5 sezioni:
·
Presentazione;
·
dati
personali (età, sesso, regione di residenza, occupazione ecc.);
·
meditazione
con i mantra (conoscenze teoriche);
·
la
pratica del Mahamantra (motivazioni, approccio e modalità di svolgimento degli
esercizi);
·
i
benefici del Mahamantra (livello di soddisfazione e benefici percepiti dai
praticanti).
Ecco
una sintesi dei risultati:
La pratica meditativa del Mahamantra è
attualmente diffusa in modo trasversale tra individui di sesso sia maschile che
femminile, di età prevalentemente compresa tra i 35 e i 55 anni, residenti in
tutta Italia e con livelli di istruzione medio-alti.
Il settore d’impiego è diversificato, con
una lieve predominanza di occupati nell’ambito del benessere e delle discipline
olistiche.
Solo una lieve percentuale (15%) ha
dichiarato di non conoscere il significato della parola “mantra”, mentre la
maggioranza ha definito con proprietà di linguaggio e in modo particolareggiato
sia l’etimo che le varianti terminologiche.
Oltre al Mahamantra, i partecipanti al
sondaggio dichiarano di conoscere anche altri tipi di mantra, sia vaishnava che
di origine buddhista, tibetana e shivaita.
La maggioranza assoluta dei partecipanti
(52%) dichiara di essere venuto a conoscenza di questa pratica meditativa
attraverso altri praticanti.
Il desiderio di crescita personale
rappresenta la motivazione elettiva (ben il 62%), e questa stessa
motivazione sembra essere anche
positivamente correlata con il livello di soddisfazione derivante dalla pratica
stessa.
Il 40% dei partecipanti medita sul
Mahamantra da almeno due anni e il 35% da almeno dieci anni.
Il tempo dedicato alla pratica è variabile:
per il 36% va da un’ora a due ore giornaliere, mentre altri (39%) praticano
solo mezz’ora o meno al giorno.
I praticanti di “lungo corso” (dai 5 anni
in su) dedicano proporzionalmente più tempo alla meditazione rispetto a chi la
pratica da poco tempo (dai sei mesi a un anno).
Il momento della giornata scelto per la
pratica meditativa, per il 71% dei partecipanti, è l’alba oppure la mattina. Il
luogo prescelto è la propria casa (72%) e la meditazione si svolge
prevalentemente in solitudine (73%).
La metà degli intervistati dichiara di aver
sospeso la pratica (49%) per almeno due mesi; tale percentuale si abbassa
leggermente man mano che aumenta la costanza e la regolarità nella dedizione alla pratica.
Il motivo di queste “pause” dipende
soprattutto da difficoltà pratiche e di tempo (48%) oppure da conflittualità di
varia natura (27%).
Gli effetti benefici della pratica
meditativa vengono unanimemente riconosciuti (95%).
La modesta percentuale in controtendenza
dedica meno di mezz’ora al giorno alla meditazione e tende a meditare in modo
poco costante. Inoltre, la motivazione alla pratica è più orientata al
desiderio di superare un momento difficile e alla curiosità rispetto agli
intervistati che hanno risposto SI’, la cui motivazione prevalente è il
desiderio di crescita personale.
I benefici percepiti come effetto della
pratica meditativa sul Mahamantra sembrano riguardare soprattutto la sfera
emotiva (69%) e relazionale (48%).
Gli intervistati hanno dichiarato inoltre
di riscontrare un senso di benessere generale a livello fisico (82%), maggiore
calma ed equilibrio (75%), lucidità e concentrazione (59%), più immaginazione
ed intuito (50%), oltre ad un miglioramento generale dei rapporti sociali ed
interpersonali (80%).
Molti intervistati hanno avuto piacere di
raccontare la loro personale esperienza nel percorso di crescita realizzato
grazie alla pratica meditativa e ne è risultato un bellissimo, spontaneo e
sentito affresco delle più profonde ed inesprimibili emozioni scaturenti da
dimensioni coscienziali percepite come
elevate ed espansive.
In conclusione:
1. La molla che spinge la maggior parte delle persone ad avvicinarsi alle
pratiche spirituali come quella oggetto della nostra ricerca è il genuino
desiderio di crescita personale. Ciò è avvalorato dai livelli medio-alti di
istruzione e dalle buone capacità elaborative e intellettuali mostrate dai
partecipanti al sondaggio nelle domande aperte.
2. I benefici dichiarati dagli intervistati, derivati dalla pratica
meditativa con il Mahamantra, si
collocano su percentuali altissime (95%) e mostrano un andamento crescente,
proporzionale alla continuità, alla durata nel tempo e alle ore dedicate
giornalmente a recitare il Mahamantra. Tali benefici riguardano soprattutto la
sfera emotiva (69%) e quella relazionale (48%).
3. Le caratteristiche delle persone che si dedicano alla recitazione del
Mahamantra non consentono di trarre un profilo specifico ma sembrano riferite a
tratti, abitudini, interessi ed attività estremamente varie e estese.
4. La ricerca evidenzia che la continuità e la regolarità della pratica sono
direttamente proporzionali ai benefici percepiti dai praticanti e che la motivazione alla crescita personale
è altresì correlata al livello di soddisfazione derivante dalla pratica stessa.
5. La recitazione con il Mahamantra assicura un netto miglioramento della
vitalità psicofisica, una maggiore resistenza emotiva e una più spiccata
capacità d’interagire positivamente con gli altri.
6. La ricerca conferma, in sintesi, quanto già evidenziato in studi analoghi
circa la validità delle tecniche di meditazione. In particolare, la meditazione
con il Mahamantra, se praticata regolarmente, assicura un migliore
autocontrollo, calma, equilibrio, lucidità e concentrazione.
Recitare il Mahamantra è oltretutto facile
e non richiede nessuna particolare competenza. I benefici sono molti,
verificabili e senza controindicazioni.
La storia della psicologia insegna che, a
partire dai suoi albori, con la nascita nel 1879 del primo laboratorio
sperimentale di Wilhelm Wundt a Lipsia, fino ad oggi, passando per autori del
calibro di Freud, Watson, Lewin, Jung,
Rogers, Hillman, con i quali sono nate e si sono sviluppate le cosiddette “forze”
del cambiamento (comportamentismo, psicanalisi, psicologia umanistica e
transpersonalismo) abbiamo assistito ad
una progressiva crescita di interesse scientifico verso quelle aree della
realtà psichica che si estendono oltre l’identificazione con la personalità
individuale.
La salute psicofisica degli individui è di
fatto il risultato di un armonico scambio tra
diverse istanze dalle quali nessuna componente può essere esclusa:
fisica, psichica, sociale, relazionale e spirituale.
Quest’ultima area di studio sembra
determinare, più di ogni altra, la qualità e il livello dello stato di
benessere individuale, rinforzando e proteggendo il percorso di evoluzione del
singolo e della collettività.
“Anche se qualcuno distribuisse dieci milioni in carità
durante un’eclissi di sole, o vivesse per milioni di anni alla confluenza del
Gange e della Yamuna, oppure offrisse una montagna d’oro in sacrificio ai
sacerdoti, non guadagnerebbe neanche una centesima parte dei meriti derivanti
dal canto del mantra Hare krishna” (Sanatana Goswami).
Caterina Carloni
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