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martedì 23 ottobre 2018

SONNO.... la dimensione sconosciuta e misteriosa dell'uomo




Strettamente collegato ai simboli della Notte, della Passività e del lato femminile della personalità  (l’Ombra e l’Inconscio), il sonno rappresenta il momento nel quale si sperimenta la vita in assenza di una coscienza vigile e reattiva.

L’organismo si ritira in sé, sospende il rapporto con gli stimoli ambientali, riduce il suo metabolismo basale e, al contempo, rigenera spontaneamente i suoi tessuti.

Si configura quindi come un momento di morte/rinascita: è la morte del giorno appena trascorso, l’eclissi dello stato di veglia, il cadere in balìa di forze e di dimensioni sconosciute; è la preparazione del nuovo giorno, l’embrione di una nuova coscienza, il seme della nuova persona che nel buio della notte si appresta ad assistere al sorgere del sole.

Nella mitologia greca il dio Sonno, chiamato Hypnos, è il figlio della Notte primordiale e fratello di Eros (Amore) e Thanatos (Morte).

Durante il sonno il cervello compie straordinarie azioni che sono impossibili durante lo stato diurno di veglia: archivia, elabora, riordina la nostra attività di pensiero e i contenuti emotivi e affettivi, agendo in modo automatico e basandosi su una sapienza che la materia biologica ha sviluppato in milioni di anni.

Mentre il cervello cosciente è sempre pieno di dubbi e conflitti, quello inconscio, notturno, sa sempre cosa fare e sa che cosa è bene per ognuno di noi. In tal senso, evoca la figura della Grande Madre nella sua accezione positiva: accoglie, nutre, cura e protegge, anche se contiene sempre un aspetto negativo, terribile, che si manifesta negli incubi e che si esprime nella paura del sonno, ben rappresentata da un sintomo come l’insonnia.

Studi recenti hanno confermato la saggezza di un modo di dire popolare e antico,  quel “Dormiamoci sopra” riferito ai momenti di dubbio, quando non si riesce a risolvere un problema, quando si fa notte e ci si affida al sonno come momento potenzialmente risolutivo. Sembra infatti che l’attività neurologica cerebrale durante il sonno attivi capacità di intuizione, di soluzione e addirittura di scelta, rispetto a problemi che il cervello cosciente non riesce a sciogliere.

Il sonno, inoltre, fa parte dei bisogni primari dell’organismo e non può essere demandato oltre un certo tempo, in genere le sessanta o settanta ore.

Ciò indica sia l’impossibilità dell’uomo di separarsi  dalla dimensione del riposo che l’impossibilità della coscienza di staccarsi dall’inconscio e di farne a meno. Rappresenta quindi la casa a cui tornare quotidianamente per ripartire ogni mattina incontro alla vita.

Attraverso il sogno, infine, il sonno svolge funzioni di riequilibrio nervoso, di elaborazione di alcune tematiche inconsce e di contatto con le dimensioni più profonde della psiche.

Il sonno attraversa due fasi: quella REM (sonno più leggero) e quella non-REM (sonno lento profondo).

Nella fase REM si verifica l’esperienza del sogno, uno stato psichico che rappresenta una specie di espulsione – attraverso immagini e pensieri – di una quota energetica altrimenti in eccesso e di “scorie” di quanto assorbito e vissuto nella giornata appena trascorsa.

In molte tradizioni il sonno è stato paragonato a una “piccola morte” che avviene ogni giorno nella vita di ogni essere umano, necessaria per sopravvivere e rigenerarsi.

In questa analogia tra sonno e morte si può rintracciare anche il simbolo centrale dei disturbi del sonno, la difficoltà a “morire ogni giorno”, ad accettare l’alternarsi del  giorno e della notte, di cui hanno assoluto bisogno sia il corpo che la mente per potersi rinnovare.





L’intuizione circa il potere di trasformazione del sonno è stato ben compreso e descritto nei testi della tradizione indovedica, dove troviamo varie ed approfondite spiegazioni sui quattro principali stati di coscienza individuale: lo stato di veglia, di sogno (svapna), di sonno senza sogni (nidra) e lo stato di super-coscienza (turiya).

Nello stato mentale di sonno, definito da Patanjali negli Yoga Sutra “vritti senza contenuto”, l’individuo sperimenta una condizione di profondo benessere.  Le vritti, le onde psichiche che disturbano e modificano il campo mentale - seppure sussistano in una forma latente, poiché sono ancora presenti nella memoria inconscia le impressioni (samskara) dalle quali esse derivano - tendono a placarsi.

Il sonno apporta così ristoro e serenità a tutto il sistema nervoso. La vritti, non avendo contenuti, culla la mente senza affaticarla.

In tempi più recenti, un conosciuto maestro indiano, ispirandosi al fenomeno dell’apprendimento in stato di coscienza “rallentato” - caratterizzato dalla presenza di onde delta nell’EEC, tipiche dello stato di sonno profondo - ha ribattezzato alcune antiche tecniche di rilassamento con il nome di “Yoga Nidra”, alle quali si ispira anche il più moderno Training autogeno. Tali tecniche  affrontano aspetti che non riguardano solo il rilassamento fine a sé stesso, ma mettono in atto esperienze di risveglio dello stato dell’attenzione e della consapevolezza,  consentendo un’indagine conoscitiva profonda, paragonabile a quella della meditazione, nella quale il soggetto arriva a sperimentare stati di coscienza inusuali, e si ritrova a stretto contatto con la sua essenziale natura.



La Mandukya Upanishad, riferendosi a questo stato situato al di là della coscienza vigile e del dormire sognando, afferma:

Il terzo aspetto del Sé è la Persona Universale nel sonno senza sogni, il prajna. Esso non conosce ansie né conflitti, è stato chiamato beato. Prajna è il Signore di tutto. Egli conosce tutto. La sfera del prajna è il sonno profondo in cui tutte le esperienze diventano fuse e indistinguibili, è una massa di conoscenza, è pieno di beatitudine, è il sentiero che conduce alla conoscenza degli altri stati”.

Per favorire e mantenere in equilibrio questa importante funzione psicofisica la Medicina Psicosomatica offre vari suggerimenti:

-      Per chi fa fatica ad addormentarsi, è determinante ricontattare il corpo e allentare il controllo razionale attraverso tecniche di rilassamento di tipo prevalentemente mentale (come la distensione immaginativa o la Visualizzazione Meditativa  Psicodinamica) o corporee (come il massaggio);

-      Chi si sveglia nel cuore della notte deve comprendere la necessità di porre mano a problematiche irrisolte che possono riguardare eventi quotidiani o urgenze più profonde legate a conflitti che stanno emergendo. Scrivere i sogni e farsi aiutare a comprenderne il significato può essere un’utile bussola per  orientarsi dentro di sé;

-       Chi si sveglia troppo presto ha bisogno di uscire dallo schema di giornata e di vita nel quale è meccanicamente calato da tempo. C’è qualcosa che crea ansia negli impegni del giorno seguente, qualcosa che non piace nei contenuti o nei modi, qualcosa di troppo. Un breve periodo di vacanza è senz’altro indicato per ritemprarsi e riorganizzare il proprio tempo in modo meno stressante.

In tutti questi casi la medicina naturale suggerisce l’impiego di erbe come passiflora e tiglio, ma anche integratori alimentari come melatonina e vitamine del gruppo B. E’ invece sconsigliabile l’utilizzo di psicofarmaci ipnotici (i cosiddetti sonniferi), da prendersi solo in caso di effettiva necessità e per non più di tre/quattro settimane consecutive.


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domenica 21 ottobre 2018

L'ARTE DELL'ASCOLTO



“Ogni sofferenza umana contiene in sé il germe della felicità, basta saperla ascoltare con disponibilità. La psicoanalisi è appunto questo, l'arte di ascoltare le voci interiori per giungere alla realizzazione personale”. 
(Erich Fromm, L'arte di ascoltare)


"A volte sembra che nessuno ascolti più.
Pretende che io ascolti i suoi problemi, ma non si interessa mai dei miei.. Si lamenta in continuazione.. Non mi parla mai. L’unica occasione in cui scopro cosa succede nella sua vita è quando lo sento per caso che ne parla con qualcun altro. Perché non racconta mai a me queste cose? Non posso parlare con lei perché è così critica..

Le mogli si lamentano del fatto che i loro mariti le danno per scontate. I mariti si lamentano perché le loro mogli brontolano e divagano continuamente, impiegando una vita ad arrivare al punto.

Poche motivazioni nell’esperienza umana sono tanto potenti quanto il desiderio di essere capiti. Essere ascoltati significa che veniamo presi sul serio, che le nostre idee ed i nostri sentimenti vengono riconosciuti e che, in definitiva, ciò che abbiamo da dire ha un valore.

Il desiderio di essere ascoltati e compresi è il desiderio di sfuggire all’isolamento e colmare la distanza che ci separa dagli altri, significa tendere le mani e cercare di superare il senso di separazione dal mondo, significa rivelare cosa abbiamo nella mente e nel cuore sperando di essere compresi.

Ottenere tale comprensione dovrebbe essere facile, eppure non lo è.

L’essenza di un buon ascolto è l’empatia, che si può ottenere soltanto mettendo da parte la preoccupazione per noi stessi ed immedesimandoci nell’esperienza dell’altra persona.

In parte intuizione e in parte impegno: questa è la materia prima dei rapporti umani.

L’empatia di un ascoltatore, il fatto che capisca ciò che intendiamo dire e che lo dimostri, instaura un legame di comprensione che ci unisce a qualcuno che tiene a noi confermando con ciò che i nostri sentimenti sono riconoscibili e legittimi.

Il potere dell’ascolto empatico è quello di trasformare una relazione.

Quando sentimenti profondi ma inespressi assumono la forma di parole che vengono condivise e ci ritornano chiarificate, il risultato è la rassicurante sensazione di essere compresi ed un senso di gratitudine per la condivisione di calore umano con la persona che capisce.

Se l’ascolto irrobustisce le nostre relazioni cementando i legami reciproci, esso fortifica anche la nostra autoconsapevolezza. In presenza di un ascoltatore ricettivo siamo in grado di chiarire ciò che pensiamo e scoprire ciò che sentiamo. Per questo, raccontando la nostra esperienza a qualcuno che ascolta, siamo in grado di ascoltare meglio noi stessi. Nel dialogo la nostra vita riprende forma come un’opera a quattro mani”.

Così esordisce Michael P. Nichols, professore di Psicologia presso il College of William  and Mary, nel suo libro “L’arte perduta di ascoltare” (Positive Press, 1997).



Può sembrare paradossale, ma proprio nell’epoca della comunicazione globale e della connessione virtuale continua, le persone non hanno mai fatto così tanta fatica a capirsi fra loro. A causa di una sempre più diffusa cultura della prestazione e della sfida, per la quale ogni scambio dialogico è una sorta di occasione per mostrare i propri “muscoli mentali”, negli scambi interpersonali finiamo spesso per affermare i nostri pregiudizi invece di conoscere, capire e integrare la realtà che ci circonda.

L’ascolto, si sa, costituisce un ingrediente imprescindibile per una buona comunicazione tra gli esseri umani. Esso è la qualità principale di ogni colloquio, non solo psicologico.

Le tipologie dell’ascolto, secondo gli studiosi del settore, si suddividono in tre principali categorie:

·         l’ascolto passivo: il ricevente non invia nessun feedback al proprio interlocutore; si limita semplicemente ad udirlo ma le parole entrano in un orecchio ed escono dall’altro. Questa modalità non solo lascia deluso l’emittente ma non permette di cogliere gli aspetti essenziali della comunicazione;

·         l’ascolto selettivo: si verifica quando il ricevente seleziona le informazioni che l’emittente invia, recependo quelle che ritiene interessanti e scartando il rimanente. In tal modo una parte importante del contenuto va perduta;

·         l’ascolto attivo: è l’unico che porta ad una comunicazione efficace. Questo tipo di ascolto è basato sul contatto nel “qui ed ora” e sulla restituzione di un feedback su quello che si è appena ascoltato. Chi ascolta evita il giudizio e coglie i contenuti e le sfumature (verbali e non verbali) della comunicazione. L’ascolto attivo richiede la capacità di ascoltare l’altro pienamente.

Scrive lo psicologo e giornalista statunitense D. Goleman:

“Impariamo ad ascoltare se sappiamo afferrare in pieno quanto l’altro sta dicendo manifestando di averlo compreso con riformulazioni, se riusciamo a sottolineare gli aspetti più salienti e significativi e rispettiamo le pause dell’altro, se non imponiamo il nostro stile comunicativo ma siamo capaci di adattarci allo stile dell’altro, se evitiamo di fare domande su domande ma ci dedichiamo ad approfondire un tema alla volta, se nell’ascolto riusciamo ad essere noi stessi” (Goleman, Intelligenza emotiva, 1997).

Ivey e altri ricercatori hanno dimostrato che la capacità di prestare attenzione ed ascolto è costituita da quattro fondamentali dimensioni, definite dagli autori “le dimensioni cruciali dell’ascolto” (3V + B). In breve, per comunicare che si sta realmente ascoltando e prestando attenzione all’altro sono necessarie le tre “V” più un linguaggio corporeo (B) che dimostri attenzione (Ivey, Normington, Miller, Morril e Haase, 1968).

In sintesi, un buon ascolto richiede:

·         il Contatto Visivo (Visual Contact): per comunicare bene con il nostro interlocutore occorre guardarlo;

·         il Tono della voce (Vocal quality): tono e timbro di voce rappresentano parte integrante del messaggio che ci viene trasmesso ed è pertanto utile imparare a decifrarlo;

·         l’Aderenza verbale (Verbal tracking): comunica meglio chi non cambia argomento e ascolta fino in fondo la storia narrata dal suo interlocutore;

·         il Linguaggio corporeo che dimostri attenzione ed autenticità (Body language): seppure inconsciamente, la persona con cui parliamo percepisce il nostro interessamento alle sue parole  se ci poniamo di fronte a lui apertamente, se ci incliniamo leggermente in avanti, se abbiamo un viso espressivo e usiamo dei gesti incoraggianti e facilitanti.



Gli errori invece più comuni che possono pregiudicare la funzionalità di una comunicazione efficace  sono stati individuati e studiati negli anni settanta da T. Gordon, un importante ricercatore della comunicazione e teorico dell’ascolto attivo. Ad esempio:

1) Ordinare, comandare, esigere;

2) Avvertire, minacciare;

3) Far la predica, rimproverare, dire cosa si deve o non si deve fare;

4) Consigliare, offrire soluzioni o suggerimenti;

5) Redarguire, ammonire, fare argomentazioni logiche;

6) Giudicare, criticare, disapprovare, biasimare;

7) Definire, stereotipare, ridicolizzare;

8) Interpretare, analizzare, diagnosticare;

9) Fare domande, indagare, mettere in dubbio, controinterrogare;

10) Eludere, distrarre, fare del sarcasmo, fare dello spirito, cambiare argomento.

Inoltre, Gordon fa osservare che queste barriere alla comunicazione contengono sempre il pronome “Tu” (Tu sei così …,Tu non l’hai fatto …,Tu dovresti comportarti diversamente …) con il risultato che l’altro si sente disconfermato. I messaggi-Tu esprimono un giudizio su chi ascolta. I messaggi-Io, invece (Io sento che… Io vorrei…), palesano il sentimento di chi parla e implicano un’ “assunzione di responsabilità” che predispone ad un confronto  orientato alla crescita del rapporto. 

Gordon consiglia anche di prestare attenzione alle nostre espressioni facciali perché queste possono sottolineare interesse o noia; di annuire di tanto in tanto col capo, dicendo “capisco”, “certo”, “comprendo” etc, perché questo fornisce all’interlocutore un chiaro segnale di ascolto; di riassumere con parole proprie, in alcuni momenti della conversazione, ciò che è stato detto, tipo “se comprendo bene stai dicendo che…”, “vuoi dire che…”; di fare domande aperte e non chiuse, domande cioè che lasciano spazio di espressione al nostro interlocutore.

Anche le pause e i silenzi sono importanti: se la persona è a suo agio nel silenzio, è importante rimanere uniti nel silenzio; se, invece, si percepisce imbarazzo o disagio, può essere opportuno fare una domanda o un commento su qualcosa di significativo detto appena prima.

Essere se stessi, non mascherarsi, non compiacere ad ogni costo ma lasciar fluire il nostro ascolto verso tutto ciò che c’è di profondamente umano nell’altro sembra essere il vero segreto per una comunicazione empatica.

Per imparare ad ascoltare noi stessi e le nostre emozioni, un suggerimento può essere quello di ascoltare spesso della buona musica, perché, come sostiene il grande maestro Claudio Abbado:“E’ la musica che insegna ad ascoltare: se si ascolta, s’impara”.



A questo proposito, Daniel Levy, uno dei più valenti pianisti del nostro tempo e raffinato interprete di Liszt, Schumann e Chopin, ha recentemente pubblicato un libro dal titolo “Echi del Vento, storia di un viaggio al centro del suono (Academyofeuphony editore). L’autore utilizza la parola “eufonia” per indicare un suono bello e benefico, spiegando: “Nulla di più sbagliato pensare che ascoltare sia cosa inutile. E’ raro che la capacità d’ascoltare sia innata. Al contrario, l’ascolto s’impara e si perfeziona col tempo. Impariamo a leggere, a scrivere, a parlare, ma nessuna materia ci insegna ad ascoltare. Con l’udito abbiamo sempre avuto tutti l’impressione che non fosse necessario fare alcunché, che non fosse indispensabile svilupparlo, mentre è questo un senso fondamentale, non solo per i musicisti, che lo devono educare e sviluppare, ma per tutti gli esseri umani. La musica aiuta prima di tutto ad avere un bagaglio diverso: estetico, culturale ed anche energetico, sia da un punto di vista mentale che emotivo. Una specie di forte energia che serve a vedere nitidamente, ascoltare più attentamente e a prendere delle decisioni con maggiore lucidità.  Ascoltare vuol dire, prima di tutto, mettersi nei panni degli altri. Capire le cose dal loro punto di vista. Ma si tratta anche di percepire ciò che forse un’altra persona non aveva intenzione di dirci, ma involontariamente trasmette con il suo stile, il suo comportamento, il suo modo di esprimersi, la postura fisica e anche con il tono di voce. Saper ben ascoltare può portare ad aprire la mente a nuove idee, a nuove soluzioni, ad arricchire la persona. È un’abilità che può essere molto utile anche per la crescita professionale e contribuisce notevolmente a essere dei bravi genitori, dei buoni figli, degli insostituibili compagni; è indispensabile ai medici, ai manager, a chi occupa posti di responsabilità”.



Quando diciamo “il tuo tono non mi piace”, oppure “il mio ritmo di lavoro non è quello giusto”, non ce ne rendiamo conto ma stiamo costantemente adoperando termini della teoria musicale che si intrecciano con la vita quotidiana. Ci sono tante altre di parole di uso comune che hanno un legame con la musica e l’ascolto: sintonia, dialogo, intendersi (tipico delle “corde”), assonanza, armonia e molte altre. L’ascolto è un processo attivo. Saper ascoltare è la chiave fondamentale e la risorsa umana centrale per avanzare: una necessità e una conquista. 



In una bella intervista rilasciata nel febbraio 2010, il prof. Marco Ferrini, presidente e fondatore del Centro Studi Bhaktivedanta, riferendosi all’influenza del suono sulla psiche, afferma:

“L’ascolto attiene a vari stati di coscienza. Esistono diversi modi di ascoltare. L’ascolto è una modalità dell’essere. Quando noi vogliamo che qualcosa entri profondamente dentro e ci pervada, ascoltiamo in un modo. Quando invece cerchiamo solo un’informazione banale, di limitata utilità, ascoltiamo superficialmente. Se vogliamo cogliere un insegnamento profondo, una verità sulla quale siamo pronti a strutturare la nostra vita, per dare un senso alla nostra esistenza, allora ascoltiamo con differente attitudine. L’ascolto dunque ha varie profondità che corrispondono all’interesse che ci anima. Quando l’interesse è alto, sicuramente l’ascolto è molto profondo.

C’è un ascolto di informazioni che vengono dall’esterno, che pur essendo preziose non sono quelle di massimo pregio, quanto invece quelle che provengono dalla nostra interiorità, ascoltando le quali capiamo che cosa veramente ci interessa, quali fra le tante nostre possibilità desideriamo far crescere e quali invece potare, sacrificare, affinché crescano i rami più importanti. Nelle scelte importanti c’è un ascolto profondo e quello della nostra voce interiore è sicuramente l’ascolto più significativo. Purtroppo vediamo che la gente ha perduto non solo l’arte dell’ascolto, ma anche l’opportunità di essere educata ad ascoltare. La preghiera è ascolto, la meditazione è ascolto, più meditiamo in profondità, più ascoltiamo i nostri bisogni veri che sono quelli spirituali, ontologici e un minuto o pochi minuti di questo ascolto possono trasformare la vita e donarci quell’orientamento illuminato che noi cerchiamo da sempre verso la felicità”.

E poi aggiunge:

I Veda sono per definizione Ascolto. Il loro nome tecnico è Shruti che vuol dire: ciò che si ascolta. Il Veda quindi si ascolta, non si legge, lo si apprende ascoltando. Le Upanishad, che sono il corpo filosofico dei Veda, sono “ciò che si ascolta ai piedi del Maestro”. L’ascolto ha sicuramente un ruolo di primo piano. Il luogo è l’Atman, il Sé, per dirla in termini junghiani. Le Upanishad dicono che l’orecchio non ascolta, come l’occhio non vede e come la pelle non sente: è il Sé che compie tutte queste funzioni. Il Sé è immobile, non fa attività, è definito testimone. Il luogo dell’ascolto è sicuramente il Sé, è anche il luogo dove le dinamiche si mettono in moto e fanno succedere gli accadimenti, è la qualità di coscienza che fa accadere le cose. Nel bene e nel male i filtri del Sé, i filtri mentali, la struttura psichica, possono riflettere dal mondo distorsioni o raggi di luce imperfetti. Il luogo della memoria, dove possono rivivere e vengono evocati e quindi fatti germinare i semi della conoscenza, sia essa artistica, scientifica, filosofica o religiosa, è il Sé, l’unico centro creativo che si manifesta nel mondo attraverso il piano immanente con l’ausilio dell’intelletto, dell’ego, dei sensi. La centrale è il Sé, l’Atman, o il Brahman per utilizzare una terminologia vedica” (M. Ferrini, Università degli Studi di Siena, 2010).



La Bhagavad-gita descrive un metodo per sviluppare la capacità di ascolto delle proprie voci interiori. Esso è riportato nel capitolo sesto, e consiste nella pratica del dhyana-yoga:

“Lo spiritualista deve sempre impegnare il corpo, la mente e il sé nella relazione col Supremo, deve vivere da solo in un luogo appartato e controllare la mente con attenzione. Inoltre deve essere libero dai desideri e da ogni senso di possesso” (Bhagavad-gita VI.10).

La concentrazione della mente sul Supremo si chiama samadhi, o estasi.

“Per praticare lo yoga ci si deve ritirare in un luogo appartato e preparare uno strato di erba kusa sul terreno, coprendolo poi con una pelle di daino e con un panno morbido. Il seggio non dev'essere né troppo alto né troppo basso e deve trovarsi in un luogo sacro. Lo yogi deve poi sedersi immobile e praticare lo yoga per purificare il cuore controllando la mente, i sensi e le attività, e concentrando la mente su un unico punto” (Bhagavad-gita VI.11-12).

 “Bisogna tenere il corpo, il collo e la testa dritti su una linea retta e fissare lo sguardo sulla punta del naso. Così, con la mente quieta e controllata, completamente liberi dalla paura e dal desiderio sessuale, si deve meditare su di Me nel cuore e fare di me il fine supremo dell’esistenza” (Bhagavad-gita VI.13.14).

Un bellissimo canto devozionale di un grande Acarya della Tradizione Bhaktivedantica, Govinda dasa Kaviraja,  recita:

“Il forte desiderio di Govinda dasa è di impegnarsi nei nove metodi della bhakti, cioè di ascoltare (sravana) e di cantare le glorie di Shri Hari, di ricordarLo sempre, di offrirGli preghiere, di servire i Suoi piedi di loto, di servire il Signore Supremo nel ruolo di servitore, di adorarLo con fiori e incenso, di servirLo come un amico e di dedicarsi completamente a Lui” (Govinda dasa Kaviraja, Bhajahu re mana, IV shloka).

L’ascolto delle storie che riguardano il Signore Supremo e i suoi eterni compagni è quindi considerato uno dei più importanti e basilari metodi yoga per riconnettersi alla Fonte della Vita, alla dimensione spirituale originaria da cui tutti noi proveniamo.



In una conferenza tenuta a New York il 1 dicembre 1966 dal titolo “Conosci la verità ascoltando con sottomissione”, Sua Divina Grazia Bhaktivedanta Swami Prabhupada, il  Maestro fondatore dell’ISKON, spiega:

“Sri Krishna ha descritto i mahatma, le grandi anime, che adorano il Signore Supremo con il metodo del kirtanaKirtana significa cantare o più esattamente kirtana significa descrivere. Si può descrivere con la musica. Si può descrivere con le parole. Si può descrivere con i discorsi. Qualsiasi tipo di descrizione viene detta kirtana e se non si ascolta, non si può descrivere. Se non si conosce niente del Signore Supremo, come si può descriverLo? Dunque l’ascolto, sravanam, è il primo dei nove metodi di servizio di devozione al Signore.

Il Signore ci ha dato il potere dell’ascolto. Se si ascolta da fonti autorevoli, si diventa perfetti semplicemente ascoltando. Perciò si consiglia il primo principio: l’ascolto. Nel passato gli studenti ascoltavano i Veda dal maestro spirituale. Nella Bhagavad-gita vedrete che Arjuna ascolta da Krishna. Non studia la filosofia Vedanta sul campo di battaglia, semplicemente ascolta. Questo è il metodo. 

Si può ascoltare in qualsiasi luogo. Perfino su un campo di battaglia si può ascoltare da una fonte autorevole. Il metodo per acquisire la conoscenza è l’ascolto.

Ascoltare significa ricevere la conoscenza, non inventarla. Il percorso vedico consiste nel ricevere oralmente con sottomissione la conoscenza da maestro spirituale a studente, come afferma anche la Bhagavad-gita: “evam parampara-praptam imam rajarsayo vidum”: “In questo modo la conoscenza veniva tradizionalmente trasmessa da maestro spirituale a discepolo” (IV.2).

L’ascolto è così potente che semplicemente ascoltando da una fonte autorevole si può diventare veramente perfetti. Naturalmente, si deve ascoltare con sottomissione: “Jnane prayasam udapasya namanta eva”. Questo verso dello Srimad-Bhagavatam (X.14.3) suggerisce di non essere arroganti.  Il metodo vedico è sravanam, ascoltare dalle autorità. Dobbiamo abbandonare questo metodo sciocco di cercare di comprendere la Verità Assoluta con i nostri sforzi e diventare sottomessi. Essere sottomessi significa essere consapevoli della propria imperfezione. 

Gli studenti erano soliti frequentare la scuola del maestro, conosciuta come gurukula.

Ogni brahmana, ogni anima realizzata, ogni vipra o persona esperta nella conoscenza della letteratura vedica, aveva con sé dei brahmacari, giovani che praticano il celibato. Essi seguivano tutte le regole della vita da brahmacari, vivevano con il maestro spirituale ed egli insegnava loro la vera conoscenza tratta dalla letteratura vedica. Questo è il metodo.  Arjuna ascolta da Krishna, la Persona perfetta. Si deve ascoltare da Krishna o da un Suo rappresentante. Il Suo rappresentante è un devoto di Krishna. Arjuna diventò un rappresentante di Krishna. In che modo? Perché, come Krishna ha detto, bhakto’si: “Tu sei Mio devoto.” Nessuno può diventare un rappresentante di Krishna, Dio, senza essere Suo devoto. Restate nella vostra posizione e ascoltate la Bhagavad-gita. Alcuni di voi sono medici, altri ingegneri, uomini d’affari, impiegati, non ha importanza. Rimanete nella vostra posizione. Restate americani, restate cristiani. Non ha importanza, non riceverete alcun danno dall’ascolto della Bhagavad-gita. Otterrete la conoscenza, diventerete cristiani migliori, diventerete americani migliori. Vedete? Non stiamo cercando di trasformare gli americani in indiani o gli indiani in americani o i cristiani in indù. Non è questa la nostra missione. Predichiamo la scienza di Krishna, la scienza di Dio, la coscienza di Krishna. Tutti possono apprendere questa scienza. Come? Con questo metodo. Qual è questo metodo? Solo ascoltare con sottomissione cercando di comprendere molto bene. Questo è tutto. Ascoltate la Bhagavad-gita con sottomissione. Allora comprenderete Dio così bene che nonostante Egli sia inconquistabile, Lo conquisterete con questo semplice metodo”.



Parlare è una necessità, ascoltare è un’arte”, diceva Goethe; ma è un’arte oggi un po’ dimenticata  perché, pur trattata già nell’antichità da eminenti filosofi e pensatori, si è persa nei secoli come attività poetica non-utile, superflua in un mondo come il nostro, che mira alla concretezza e a risultati rapidi.

Plutarco, nella sua famosa opera “L”arte di ascoltare”, dedicata al giovane Nicandro in occasione del suo ingresso nell’età virile,  si rivolge ai giovani perché sappiano maturare senza cedere al disordine delle emozioni, invitandoli alla pacatezza e alla riflessione.

Il grande filosofo greco, che nell’ultima parte della sua vita fu Sacerdote al santuario di Apollo a Delfi, mette in guardia contro le belle parole vuote, contro i discorsi apparentemente affascinanti ma privi di sostanza, usati per abbindolare gli ingenui e coloro, appunto, che non sanno ascoltare: “Messi dunque da parte l’ambizione e il piacere dell’udire, dobbiamo ascoltare chi parla con animo pacato e ben disposto, come se fossimo stati invitati ad un banchetto sacro o alla cerimonia iniziale di un rito religioso”.

E conclude: “La natura ha dato a ciascuno di noi due orecchie ma una sola lingua  perché dobbiamo ascoltare il doppio di quanto parliamo…..”






 


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venerdì 19 ottobre 2018

IL TERAPEUTA DI CARTA: Krishna Dvaipayana Vyasa





Tra le tecniche terapeutiche più antiche -  e recentemente riproposte dalla medicina non convenzionale - un posto di primo piano spetta a quella che gli studiosi del settore hanno oggi ribattezzato “biblioterapia”, ovvero la cura  psicologica derivante dalla lettura di libri  particolari, il cui contenuto è in grado di attivare processi di autoguarigione.

La buona lettura ci aiuta, infatti, a trovare le istruzioni per l'uso della situazione che stiamo vivendo; trasforma la nostra angoscia e ci permette di comprenderla attraverso l'esperienza di un altro, come attraverso uno specchio.

I cosiddetti manuali di autoaiuto – scritti per risolvere i problemi e favorire il benessere psicologico di chi li legge – rappresenta un filone che oggi prospera soprattutto negli Stati Uniti, dove circolano circa 3700 titoli di questo genere.

Secondo lo psicologo olandese Ad Bergsma dell'Università di Rotterdam, che all'argomento ha dedicato una ricerca, questo genere di “terapia” ha successo perché:

-         i libri sono facilmente accessibili

-         sono poco costosi

-         garantiscono riservatezza

-         ci danno la soddisfazione di sapere che non siamo i soli a soffrire di un determinato “problema”.



Diverse ricerche mostrano che ciò che leggiamo influenza il nostro modo di vedere il mondo.

Raymond A. Mar, psicologo della York University di Toronto, ha mostrato, in un esperimento mirato ad analizzare gli effetti dell'esposizione prolungata alla narrativa, che le persone che hanno appena letto un racconto rispondono meglio a un test sulle interazioni sociali rispetto a quanti hanno letto un articolo di una rivista.

In effetti, si sta cominciando ad analizzare alcuni testi con lo stesso criterio adottato per i farmaci, confrontando il benessere dei soggetti prima e dopo la lettura e paragonandolo a quello dei pazienti che non hanno letto il libro. Una prassi adottata soprattutto in Gran Bretagna, dove il servizio sanitario prescrive spesso la lettura come primo intervento per i casi meno gravi.

Anche se alcuni testi propongono soluzioni smentite dalle ricerche recenti  (per esempio invitano ad esprimere la rabbia, quando sappiamo che è un modo per mantenerla viva) o troppo generiche per essere utili, diversi studi europei e statunitensi confermano l'utilità della biblioterapia.

Scrittura e lettura sono attività meno lontane tra loro di quanto si possa credere, e sono entrambe forme di autoterapia: come lo scrittore parte per la sua creazione da testi e storie preesistenti, chi legge interpreta il testo trovandoci quello di cui ha bisogno in quel momento.

I risultati migliori si ottengono nel trattamento di ansia, depressione e disturbi con l'alcool di lieve entità, ma anche insonnia e disfunzioni sessuali, mentre gli effetti su tabagismo e alcolismo grave sono meno soddisfacenti.

Il fatto stesso di leggere induce un processo psicofisiologico di rilassamento e migliora il livello di concentrazione.

Secondo John Norcross dell'Università di Scranton, che si occupa dell'argomento, tutto dipende dal testo scelto, e il fatto che sia un bestseller, di per sé, non è indicativo.

Le autorità britanniche, all'avanguardia nel campo della medicina alternativa (nel 1946, ad esempio, hanno ufficialmente introdotto l'arteterapia in tutti gli ospedali e formalizzato un iter formativo  specifico per gli operatori del settore), hanno approvato una lista di 35 titoli considerati validi, mentre negli Stati Uniti è stata pubblicata “The Authoritative Guide to Self-Helf Resources in Mental Health”  (una guida per la scelta di testi considerati terapeutici) a cura di Norcross e di altri psicologi.

Un libro sbagliato, infatti, può avere effetti negativi, secondo  gli esperti, visto che può generare sensi di colpa, o in alcuni casi convincere erroneamente una persona che il suo problema non abbia soluzione.

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Queste ricerche dimostrano il potere  fondamentale e imprescindibile della parola scritta, valore ben conosciuto dall'antica tradizione psicologica indovedica, che, attraverso la scrittura, ha tramandato le sue conoscenze sacre affinché gli uomini dell'era attuale potessero elevarsi.

Tali conoscenze, conservate e trasmesse fino a tarda epoca esclusivamente per via orale, canale privilegiato di comunicazione della Divina Sapienza, vennero messe per iscritto al solo scopo di preservarle e di contrastare il progressivo degrado morale e spirituale dell'umanità.

Secondo la Tradizione Indovedica, fu il grande saggio Krishna Dvaipayana Vyasa, che all'inizio dell'attuale era di Kali, nel 3000 a.C. circa, redasse il Veda originario suddividendolo in quattro parti (le quattro Samhita o raccolte), affidando ciascuna di esse ad uno dei suoi discepoli.

Si narra, però, che dopo aver compilato questi autentici capolavori di letteratura e di poesia e redatto il Mahabharata, in cui è contenuta  anche la Bhagavad-gita, fosse ancora insoddisfatto. Arrivò allora al suo asrama, sulle rive del fiume Sarasvati, il grande Maestro Narada, che gli consigliò di scrivere un'0pera  in cui fossero pienamente esaltate e descritte le glorie infinite del Signore Supremo:

“Le parole che non esprimono le glorie del Signore, sufficienti a rendere pura l'atmosfera dell'intero universo, sono considerate dalle persone sante come luoghi di pellegrinaggio per i corvi. Poiché abitano il mondo trascendentale, le persone perfettamente realizzate non trovano alcun piacere in esse.

D'altra parte, le opere che descrivono le glorie trascendentali del nome, della fama, della forma e dei divertimenti del Signore Supremo e Infinito sono d'ispirazione completamente spirituale, e le parole sublimi che riempiono le loro pagine sono destinate a rivoluzionare le abitudini empie delle civiltà deviate di questo mondo. Anche se la loro stesura presenta qualche irregolarità, queste Scritture sono sempre ascoltate, cantate e accolte da tutti gli uomini puri che sono animati da una profonda onestà” (S.B. 1.5.10-11).

Fu così che Vyasadeva scrisse la più vasta e perfetta sintesi di sapere vedico, lo Srimad Bhagavatam.

Quest'opera maestosa, composta di diciottomila versi, comincia con la domanda che l'imperatore Pariksit rivolge a Sukadeva Gosvami: “Poiché tu sei il maestro spirituale dei grandi santi e devoti, t'imploro di tracciare per tutti gli uomini, e in particolare per chi è in punto di morte, la via della perfezione. Indicami, ti prego, ciò che un uomo deve ascoltare, glorificare, ricordare e adorare, ma anche ciò che deve evitare. Ti prego, rivelami questa conoscenza” (S.B. 1.19.37-38).

Le risposte di Sukadeva Gosvami spaziano dalle origini dell'universo alla natura del sé spirituale, e costituiscono una fonte inesauribile di informazioni dettagliate sugli aspetti più diversi dell'eredità spirituale dell'India.

In questa narrazione sacra, Maharaja Pariksit, allora lmperatore del mondo e in possesso di tutte le qualità del rajarsi, del santo re, viene avvertito della propria morte sette giorni prima. Rinuncia, perciò, al suo regno e si ritira sulle rive del Gange per digiunare e apprendere la verità spirituale dal suo Maestro Sukadeva Gosvami, davanti ad un'assemblea di santi eruditi, fino al compimento della profezia.

Oltre a costituire un raro modello di poesia, lo Srimad Bhagavatam svela i meccanismi e le strutture della società vedica, scientificamente organizzata, pacifica e basata su un elevato pensiero spirituale. Fornisce, inoltre, informazioni psicologiche sulla natura della coscienza, sul comportamento umano e sull'identità dell'essere, e rappresenta una guida semplice e pratica che permette di raggiungere la più alta conoscenza di sé.

Perfetto modello di elevatissima  e originale libroterapia, lo Srimad Bhagavatam racconta una lunga serie di storie, una dietro l'altra, in cui nulla è irreversibile o irrimediabile, e ogni vicenda trova un suo più profondo significato simbolico e trascendente attraverso prove, elaborazioni e riflessioni. L'equilibrio raggiunto è sempre una fase transitoria verso nuovi traguardi.

Il testo andrebbe letto come fanno i bambini, che amano leggere o ascoltare sempre la stessa storia, senza varianti, in modo da rielaborare gli avvenimenti, in particolare quelli che generano ansia, fin quando si giunge a conoscere la storia a fondo, e in qualche modo a controllarla superando le paure.

Queste storie offrono, infatti, strumenti di problem solving, suggerendo soluzioni a livello profondo e simbolico; attivano processi di autoguarigione; sono utili per superare difficoltà esistenziali e anche crisi momentanee; facilitano il recupero dell'equilibrio interiore e stimolano processi di crescita spirituale.

I personaggi che si muovono in questi scenari sono figure archetipiche che incarnano le contraddittorie tendenze insite in ognuno di noi, i membri della propria cerchia familiare e sociale nei loro opposti aspetti, e possono suscitare forti reazioni emotive attraverso un meccanismo di proiezione (di cui già parlavano Freud e Groddeck) e una forma di identificazione che può funzionare sia in positivo che in negativo.

Le vicende narrate esorcizzano incubi sepolti nell'inconscio, placano inquietudini, aiutano a superare insicurezze e mettono di fronte alle reali difficoltà dell'esistenza con un linguaggio non realistico, che è l'unico pienamente recepibile a livello profondo.

Quest'Opera non solo può dare molto conforto e arricchire il   nostro bagaglio culturale, ma diventare uno strumento terapeutico capace di promuovere la trasformazione della coscienza e l'apertura a nuove prospettive esistenziali.



                                                                     





Per approfondire:

A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada, “Shrimad Bhagavatam”, The Bhaktivedanta Book  Trust International, 1996

Bettelheim B., “Il mondo incantato – uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe”, Feltrinelli, 1985

Silvera M. “Libroterapia”, A. Solani, 2007

Santagostino P., “Guarire con una fiaba”, Feltrinelli, 2006










giovedì 18 ottobre 2018

IL CERCHIO DEL MONDO



“..allora, io ero là, sulla più alta delle montagne, e tutto intorno a me c'era l'intero cerchio del mondo. E mentre ero là, vidi più di ciò che posso dire e capii più di quanto vidi; perché stavo guardando in maniera sacra la forma spirituale di ogni cosa, e la forma di tutte le cose che, tutte insieme, sono un solo essere. E io dico che il sacro cerchio del mio popolo era uno dei tanti che formarono un unico grande cerchio, largo come la luce del giorno e delle stelle, e nel centro crebbe un albero fiorito a riparo di tutti i figli di un'unica madre e di un unico padre. E io vidi che era sacro..   E il centro del mondo è dovunque..”   (Alce Nero)




Una delle principali notizie comparse sui giornali di tutto il mondo lo scorso 1 dicembre è stato l’”acquisto” da parte della Indian Land Tenure Foundation, per 9 milioni di dollari, di un appezzamento di terreno sulle Black Hills, una regione del South Dakota (USA), considerata dai nativi americani una terra sacra.

La zona, chiamata dai Sioux “Paha Sapa”, era di proprietà di una coppia di privati che all’inizio dell’anno l’aveva messa in vendita. Dopo la sollevazione delle tribù indiane, che si sono subito rimboccate le maniche e hanno fatto di tutto, riuscendoci, per riprendersi la terra dei loro avi, l’asta era stata bloccata. In questa zona sono state girate molte scene del film di Kevin Kostner, vincitore di 7 premi Oscar, “Balla coi lupi”, nel 1990. E non lontano da qui, a Little Big Horn, i soldati del settimo cavalleggeri del tenente Colonnello Custer vennero sconfitti dai guerrieri indiani.

La terra del South Dakota è abitata dai nativi americani fin dal 7000 a. C.  Oggi ci vivono più di 62mila pellerossa. Molti di loro sono Dakota, Lakota o Nakota (dai tre dialetti della stessa lingua parlati dalle varie tribù). Meglio conosciuti con il nome di Sioux. E il loro spirito di vita rimane quello di sempre: l’equilibrio nel rispetto delle leggi dell’universo. Un equilibrio raggiungibile perseguendo "woksape" (saggezza), "woohitika" (coraggio), "wowacintanka" (fortezza) e "wacantognaka" (generosità).

Molte tribù indiane credono che la storia della loro nascita dipenda proprio dalle Black Hills, una catena di imponenti montagne del South Dakota. Il punto più alto delle Black Hills raggiunge i 2.200 metri. Il picco - Harney Peak – si trova all’interno del deserto di Alce Nero (dal nome di un capo Lakota). Sulle Black Hills si trova anche il Mount Rushmore National Memorial: quelle enormi sculture che rappresentano i volti di quattro presidenti statunitensi (George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosvelt e Abraham Lincoln) incastonati nella montagna.  A nord est delle Black Hills sorge il Bear Butte: un sito di grande significato spirituale per le tribù dei nativi americani delle pianure del South Dakota. Qui infatti vengono ancora celebrate cerimonie religiose e riti di iniziazione.

Il Crazy Horse Memorial – che si trova nelle Black Hills – è una enorme scultura che emerge dal fianco di una montagna. Rappresenta Cavallo Pazzo, il leggendario capo dei Lakota.

La storia di questo sito è piuttosto turbolenta: nel 1868, al termine delle famose guerre tra le tribù indigene e i soldati americani, venne stabilito un trattato di pace, secondo cui quella terra sarebbe stata affidata agli indiani. Pochi anni dopo, però, il Congresso violò quel trattato di pace con una legge con cui concedeva quella terra ai cercatori d’oro, accorsi in massa dopo la scoperta di molte pepite in quella parte del South Dakota.

Da allora cominciò una lunghissima vertenza legale e politica, culminata nel 1980 con una storica sentenza della Corte Suprema che stabilì una volta per tutte che quella terra era stata occupata illegalmente dall’uomo bianco. Per il risarcimento dei danni, i giudici stabilirono che lo stato dovesse pagare la cifra di 100 milioni di dollari in favore dei Sioux. Ma le tribù di Black Hills decisero di rifiutare quel denaro, sostenendo che la loro terra non poteva essere oggetto di una compravendita.

 Anche oggi, dopo il felice ritorno di queste terre ai residenti originari, resta di fatto il dubbio se una terra sacra possa essere comprata o venduta e se questa transazione sia stata legittima.

Questa vicenda è emblematica e testimonia la profonda aspirazione di tutti i popoli ad onorare, all’interno dei propri spazi territoriali, un luogo dedicato alla spiritualità, all’incontro con il Divino e alla celebrazione dei valori e dei principi universali della pace e dell’unione con tutti gli esseri.



Nel nord Europa, uno dei luoghi più carichi di significato religioso e spirituale è Stonehenge, un sito neolitico che si trova vicino ad Amesbury, nello Wiltshire, Inghilterra, sulla Piana di Salisbury. È composto da un insieme circolare di grosse pietre erette, conosciute come megaliti.

Il luogo è stato aggiunto alla lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO nel 1986. Le pietre di Stonehenge sono allineate con un significato particolare ai punti di solstizio ed equinozio. Di conseguenza, alcuni sostengono che Stonehenge rappresenti un "antico osservatorio astronomico", anche se l'importanza del suo uso per tale scopo è dibattuta.

Stonehenge è attualmente luogo di pellegrinaggio per molti seguaci del Celtismo, della Wicca e di altre religioni neopagane, e fu teatro di un festival musicale libero negli anni tra il 1972 e il 1984.

La sua nascita è associata alla leggenda di Re Artù. Goffredo di Monmouth racconta che il mago Merlino trasportò i blocchi di pietra dall'Irlanda, dove erano stati posti sul Monte Killaraus da Giganti che portarono le pietre dall'Africa. Dopo essere stato ricostruito vicino ad Amesbury, Goffredo narra come, prima Uther Pendragon, e poi Costantino III, vennero seppelliti all'interno dell'anello di pietre. I Druidi utilizzavano queste enormi pietre come templi sacri dove si recavano  a pregare.



Nell’Islam il luogo sacro per eccellenza è rappresentato dalla Mecca. Il pellegrinaggio alla Mecca è il quinto pilastro dell'Islam: ogni musulmano ha l'obbligo di recarvisi almeno una volta nella vita se i suoi mezzi glielo consentono. Il pellegrinaggio si svolge tra l'ottavo e il tredicesimo giorno del mese di Dhu l-hijjah. Esso costituisce un evento importante nella vita del credente, rappresentando un mezzo di purificazione. Nel viaggio verso e attorno la casa di Dio, l'uomo chiede perdono per i suoi peccati e viene purificato attraverso il suo pentimento e la celebrazione di alcuni riti religiosi. Il musulmano, dopo il pellegrinaggio, porta il titolo meritorio di Hajji, e dovrebbe tendere da quel momento in poi verso una vita devota. Il luogo del pellegrinaggio è la grande moschea della Mecca che comprende la Ka'bah e la fonte di Zamzam. La Ka'bah è un edificio cubico situato più o meno al centro del grande cortile della moschea; nel suo lato orientale è collocata la pietra nera, un blocco di minerale di colore nero e di origine sconosciuta (la tradizione vuole che l'abbia portata sulla terra l'arcangelo Gabriele dal paradiso terrestre), già sacro ad Abramo e agli arabi preislamici, a cinque piedi dal suolo, in un castone d'argento. Essa è oggetto di venerazione ma non di adorazione. Scriveva il viaggiatore arabo-andaluso Ibn Jubayr nel 1184: "Mirare questo santuario e la Venerata Casa è cosa terribile che riempie gli animi d'estasi e rapisce i cuori e gli intelletti. La pietra nera è dal suolo sei palmi e per baciarla chi è alto si china verso essa e chi è basso si allunga. Essa è fasciata da una lamina d'argento, il cui bianco lucente brilla sul lustro nero della pietra.
Quanti fanno i giri della Ka’ba, vi si gettano sopra come fanno i figlioli sulla madre affettuosa. . . "

A Roma, tra i numerosi siti della spiritualità cristiana, interessanti anche per la continuità del culto religioso che vi si praticava nei secoli precedenti alla loro edificazione, c’è La Basilica di Santa Maria sopra Minerva e la Basilica di San Paolo fuori le mura. La basilica di Santa Maria sopra Minerva ospita le spoglie di Santa Caterina da Siena e del pittore mistico Beato Angelico, proclamato «Patrono universale degli artisti» nel 1984. Fu nel convento adiacente alla chiesa che, il 22 giugno 1633, il padre dell'astronomia moderna Galileo Galilei, sospettato di eresia, abiurò le sue tesi scientifiche. Si ritiene che la chiesa sia sorta sopra il tempio di "Minerva Chalcidica", costruito da Domiziano nel Campo Marzio. 

Nell’iscrizione sopra l’arco trionfale della Basilica di San Paolo fuori le mura, è riportato:  TEODOSIVS CEPIT PERFECIT ONORIUS AVLAM DOCTORIS MVNDI SACRATAM CORPORE PAVLI  (= Teodosio iniziò, Onorio portò a termine questo tempio, santificato dal corpo di Paolo, dottore del mondo).  Dal 1300, data del primo Anno Santo, fa parte dell'itinerario giubilare per ottenere l'indulgenza e vi si celebra il rito dell'apertura della Porta Santa. Quest’area, al 2º miglio della Via Ostiense, era occupata un tempo  da un vasto cimitero subdiale (da sub divos = sotto gli dèi, vale a dire a cielo aperto), in uso costante dal I° secolo a.C. al III secolo d.C., sporadicamente riutilizzato, soprattutto per la costruzione di mausolei, fino alla tarda antichità. È in quest’area sepolcrale che, come qualsiasi condannato a morte, la tradizione afferma che Paolo di Tarso sia stato sepolto dopo aver subito il martirio.



Anche le origini della psicoterapia occidentale rivelano un antico passato legato ad istanze di tipo mitico-religioso collegate ai luoghi di culto. Il tema della “cura degli affetti” è antico quanto la civiltà stessa, ed i tentativi empirici del “prendersi cura” della sofferenza emotiva e dei disturbi psichici erano parte integrante dei sistemi medici tradizionali dell’antichità. Il paradigma fondante della Physis era il Sacro, e sia la patologia che la possibilità di risolverla erano ricondotte, simbolicamente, a tale categoria. Diffusi in tutta la Grecia erano i templi di Esculapio, figlio di Apollo e Coronide e semidio tutelare della Medicina. Nei grandi santuari di Pergamo e di Epidauro, i sacerdoti di Esculapio accoglievano i malati-pellegrini, che avevano iniziato tempo prima il loro “viaggio”, fisico e simbolico, verso la guarigione. All'interno di un'atmosfera ieratica e ricca di simbolismi, il questuante veniva posto a dormire nel tempio, dove, attraverso i sogni notturni inviati da Esculapio o da Apollo, prendevano forma le indicazioni degli Dei finalizzate al recupero della salute. Le interpretazioni dei sacerdoti permettevano quindi di ricondurre ad un livello operativo le istanze simboliche rappresentate nei contenuti onirici prodotti in tale contesto sacrale.



“Tra le distese d’acqua sono l’oceano (Bhagavad-gita X.24)….. Tra le montagne sono Meru (Bhagavad-gita X.23)….. Tra le masse inamovibili sono l’Himalaya (Bhagavad-gita X.25)….. e tra i corsi d’acqua sono il Gange (Bhagavad-gita X.31)”, proclama Shri Krishna nella Bhagavad-gita.

Il Gange, grande fiume del subcontinente indiano che scorre verso oriente attraversando le pianure del nord dell'India e il West Bengala, è adorato nella sua forma personificata della dea Ganga.

Nel suo libro Discovery of India, Jawaharlal Nehru scrive: “Il Gange, soprattutto è il fiume dell'India, che ha preso prigioniero il cuore degli indiani e ne ha attratto innumerevoli milioni alle sue rive fin dagli albori della storia. La storia del Gange, dalla sua sorgente al mare, dai tempi antichi ai nuovi, è la storia della civiltà e della cultura dell'India, della nascita e della caduta di imperi, di grandi e fiere città, dell'avventura dell'uomo…”

Secondo la tradizione induista, bagnandosi nel fiume (in particolare in talune occasioni) si può ottenere il perdono dei peccati e un aiuto per raggiungere la salvezza. Le abluzioni mattutine e serali sono normalmente effettuate presso alcune strutture dedicate costituite da scalinate che terminano nel fiume, dette ghats. Molte persone compiono lunghi viaggi per immergere le ceneri della cremazione dei loro familiari nelle acque del Gange; si crede che questa immersione possa far salire l'anima al cielo. Numerosi luoghi sacri della civiltà indovedica si trovano lungo le sponde del fiume Gange, tra cui Haridwar e Varanasi. Le antiche scritture ricordano che l'acqua del Gange porta le benedizioni dei piedi del Signore Vishnu; quindi la Madre Gange è anche conosciuta come Vishnupadi, che significa "proveniente dai piedi di loto del Signore Supremo, Sri Vishnu".

La mitologia indiana afferma che Ganga, figlia di Himavan, re della montagna, aveva il potere di purificare tutto ciò che toccava.



L'Himalaya, detta anche “Tetto del Mondo”, è una catena montuosa dell'Asia, che separa India, Pakistan, Nepal e Bhutan dalla Cina. È lunga circa 2.400 km per una larghezza di circa 100/200 km.

Vi sono comprese le più alte vette del mondo, come il Monte Everest (8848 m), il K2 (8611 m) ed il Kanchenjunga (8589 m). In lingua sanscrita, Himalaya significa la Dimora delle Nevi Eterne.

I toponimi usati per individuare i monti himalayani sono in genere formati da radici nepalesi, tibetane, turchestane e sanscrite, combinate talvolta in modo ibrido tra loro, e possiedono una notevole capacità espressiva ed una ricca condensazione di significati. Ad esempio: Gosainthan, il luogo dei santi, Trisul, il tridente (simbolo di Shiva), Indrasan, il trono di Indra, Manaslu, la montagna dello spirito, Chomo Lungma (rinominato Everest), la dea madre della terra, Annapurna, la dea delle messi e dell'abbondanza, Ama Dablam, la madre che abbraccia.

Non è certamente un caso se antichi popoli, su entrambi i versanti della catena himalayana, hanno sempre identificato le più alte montagne del mondo come la sede dei loro dei. Ancora oggi, seguendo un'antica tradizione, vige l'usanza nelle spedizioni alpinistiche di fermarsi un metro sotto la vetta per un senso di mistico rispetto e di deferente omaggio verso la casa di Dio.

Diceva François Mauriac: “Non si possono nutrire pensieri cattivi al di sopra di una certa altitudine”. 

A proposito della potente e benefica influenza dei luoghi santi, non può sfuggire come il testo sacro per eccellenza della Tradizione Indovedica, la Bhagavad-gita, si apra con un canto intitolato “Sul campo di battaglia di Kurukshetra” ed esordisca con lo shloka:
dhritarashtra uvaca
dharma-kshetre kuru-kshetre
samaveta yuyutsavah
mamakah pandavas caiva
kim akurvata sanjaya
“Dhritarastra disse: O Sanjaya, che cosa hanno fatto i miei figli e i figli di Pandu dopo essersi riuniti nel luogo santo di Kuruksetra, pronti ad attaccar battaglia?” (Bhagavad-gita I.1).
Così commenta il verso Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada:
“Il dialogo tra Dhritarashtra e Sanjaya, come lo riporta il Mahabharata, costituisce la base di questa grande filosofia, che il Signore, venuto in persona sul nostro pianeta per guidare gli uomini, rivelò sul campo di battaglia di Kurukshetra (terra sacra, luogo di pellegrinaggio fin dai tempi immemorabili dell’età vedica). La parola dharma-kshetra (letteralmente = luogo dove si compiono riti religiosi) è molto significativa qui perché è Dio stesso, la Persona Suprema, che Si trova accanto ad Arjuna sul campo di battaglia di Kurukshetra. Dhritarashtra teme molto l’influsso del luogo sacro sull’esito della battaglia, perché i Veda ne parlano come di un luogo di sacrifici dove discendono anche gli abitanti dei pianeti celesti, e sa che il suo influsso positivo favorirà Arjuna e i Pandava grazie alla loro virtù. E appare evidente, fin dall’inizio di questa narrazione, che il figlio di Dhritarashtra (Duryodhana) e i suoi seguaci saranno spazzati via dal luogo santo di Kurukshetra dove si trova Krishna, il Signore Supremo; saranno estirpati come erbacce in un campo di riso, e le persone profondamente virtuose, guidate da Yudhisthira, trionferanno per la grazia del Signore. Questo è il significato delle parole dharma-kshetre”.
Lo psicoanalista Erich Neumann, nel testo “Il rito, legame tra gli uomini, comunicazione con gli Dei”, (di E. Neumann, A. Portmann, G. Scholem, Red edizioni, Como, 1991) riporta interessanti riflessioni sullo sviluppo dei rituali a partire dalle culture più arcaiche, partendo dal presupposto che i riti sviluppino ed esprimano concetti archetipici antichissimi, a cui il singolo non può accedere se non nell’esperienza che può compiere all’interno di un gruppo.
Rito originariamente significava Percorso: nell’antichità per compiere rituali venivano utilizzate delle caverne, archetipo della Grande Madre Montagna, che gli uomini possono raggiungere solo a patto di vincere la propria paura, seguendo il sentiero che conduce nelle tenebre e superando una prova interiore e fisica. Nel momento in cui questo sforzo diventa supremo, si raggiunge il bursting point (punto di deflagrazione) e diventa possibile la rivelazione dell’Assoluto. Da questo momento, storicamente, il luogo della prima rivelazione diventa sede di culto, “la grotta sacra”, il prototipo di ogni tempio. Il percorso diventa così labirinto iniziatico.
Secondo Neumann, “…compiere un rito significava in origine danzare. La danza è l’azione in cui il corpo ripropone la figura archetipica che sta alla base del rito: il singolo individuo trascende il suo Sé corporeo, per fondersi con il suo Sé Spirituale, ovvero con il Sé Spirituale del gruppo. Solo il gruppo può essere conduttore del rituale magico, anche se è presente una Guida: il contatto con l’Assoluto è possibile solo attraverso il gruppo. La meticolosità e la precisione dei rituali fornisce una barriera di protezione per le tendenze straripanti dell’archetipo. Inoltre, la ripetitività garantisce l’accesso all’inconscio che l’Io e la razionalità ostacolano”.
Neumann prosegue riflettendo sulle modifiche che storicamente ha subito il concetto di rito, fino al suo impoverimento, e sostiene che nella società occidentale possiamo incontrare il fenomeno rituale in tre casi: nel processo creativo, nella malattia psichica e nel processo di individuazione.
Nella tradizione vaishnava, il luogo sacro per antonomasia è il Radha-kunda, il laghetto dei lila divini di Radha e Krishna.
Estratto dal commento al verso 10.36.16 dello Shrimad Bhagavatam di Srila Visvanatha Cakravarti Thakura: “Quando l'oscurità li avvolse, Krishna e le gopi formarono un cerchio ed iniziarono la danza rasa. Krishna somigliava ad una nuvola carica di pioggia e Radharani al bagliore del lampo. Mentre danzavano, venivano completamente sommersi da una luminosa felicità spirituale. Da quella notte in poi, il laghetto (kundha) di Radharani sarebbe stato chiamato Radha Kunda e quello di Krishna Shyama Kunda. E chiunque si bagni anche una sola volta nel Suo laghetto o faccia servizio devozionale sulle sue sponde, per misericordia di Radharani, svilupperà puro amore per Krishna. Questo amore culminerà in una ininterrotta estasi divina e perciò Radha Kunda è diventato famoso come il luogo di pellegrinaggio più elevato del mondo. Per questa ragione, un numero infinito di pellegrini viaggiano per molti chilometri solo per bagnarsi nelle sue acque sacre da cui ricevono elevazione spirituale”.
Shrila Rupa Gosvami, nell’Upadeshamrita, afferma:
“Il luogo sacro conosciuto come Mathura è spiritualmente superiore a Vaikuntha, il mondo spirituale, perché è là che il Signore è apparso. Superiore a Mathura-puri è la foresta spirituale  di Vrindavana, dove si sono svolti i divertimenti della rasa-lila di Krishna. Superiore alla foresta di Vrindavana è la collina Govardhana, che fu sollevata dalla mano divina di Shri  Krishna e fu teatro di molti suoi giochi d’amore. Al di sopra di tutti questi luoghi si erge supremo il perfetto Shri Radha-kunda, che è inondato dall’ambrosia e dal nettare dell’amore assoluto (prema) per il Signore di Gokula, Sri Krishna. Dov’è dunque la persona intelligente che non desidera servire questo divino Radha-kunda, che si trova ai piedi della collina Govardhana?” (Upadeshamrita, verso 9).
Le scritture vediche ci insegnano quindi  che è sacro tutto ciò che risplende e riverbera della luce dell’Amore divino. È sacro ogni suolo che è stato inondato dall’Amore spirituale per il Signore Supremo. È sacro ogni tempio, ogni lago, ogni cerchio dove Dio ha posato il suo sguardo benevolo, largo come la luce del giorno e delle stelle. E il sacro cerchio di ogni popolo è uno dei tanti che formano un unico grande cerchio, nel cui centro sono riunite tutte le creature, figli e figlie di un unico Padre e di un’unica Madre. E il centro del mondo è ovunque….




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